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Decommissioning satellitare, officine orbitali, parla Luca Rossettini, da molti considerato l’Elon Musk italiano

Decommissioning satellitare, officine orbitali, parla Luca Rossettini, da molti considerato l’Elon Musk italiano

Luca Rossettini, dottorato di ricerca al Politecnico di Milano, certificate in business alla Santa Clara University Leavey School of Business, Silicon Valley. Poi torni in Italia e fondi D-ORBIT, una startup piuttosto particolare, per così dire, nel panorama italiano. Non ti limiti a cercare opportunità nel mercato delle agenzie spaziali, come fanno la maggior parte delle aziende aerospaziali. Da subito D ORBIT sviluppa una propria mission orginale, puntando ad un’area di mercato che ancora non esiste…

Sono andato in Silicon Valley perché volevo acquisire competenze lato business, a complemento delle ottime competenze tecniche che mi aveva fornito l’Università Italiana. Quando ho capito che la strada per diventare astronauta si era chiusa, dovevo trovare un altro percorso che mi portasse nello spazio: quale miglior idea di creare un’azienda che si occupasse di trasporto spaziale? Chiaramente un’azienda deve avere un prodotto competitivo e un mercato in cui venderlo. Il problema dei detriti spaziali era già noto da tempo, soprattutto a livello scientifico. Ma poco si era fatto a livello industriale e nel 2009 la mia percezione era che venisse preso un po’ alla leggera. I detriti spaziali possono minare lo sviluppo del settore spaziale, e quindi anche il mio futuro di viaggiatore spaziale. Da lì l’idea di trasformare il problema in una opportunità di business: nessuno stava seriamente pensando a delle soluzioni che risolvessero il problema portando un vantaggio economico all’utilizzatore finale —l’operatore di satelliti — e io avevo già in mano una soluzione che, almeno sulla carta, era scalabile, operante in qualsiasi orbita, e applicabile a qualsiasi veicolo spaziale — non solo satelliti.

Chiaramente il mercato non esisteva. Parlare di fine-vita sembrava fantascienza anche solo quattro o cinque anni fa. L’interlocutore tecnico tipico giudicava i nostri prodotti come un extra-costo, senza considerare i vantaggi economici e operativi di un sistema che permette di rimuovere un satellite, anche non più funzionante, liberando il carburante residuo per prolungare le operazioni in orbita.

Una simile reazione aveva accompagnato la proposta di installare un computer di bordo direttamente nei satelliti alcune decine di anni fa. Anche in quel caso un computer di bordo era visto come un costo e una massa aggiuntiva, a fronte di soluzioni tecnologiche che avevano già dimostrato di funzionare. Oggi il computer di bordo non è più considerato un costo extra né una massa addizionale: è un sottosistema fondamentale del satellite. Sarà così anche per sistemi di fine-vita.

Al principio il mercato andava educato a capire i nuovi vantaggi di una rimozione pulita e rapida a fine vita. Oggi i costruttori di satelliti hanno fatto grandi passi avanti, aggiungendo funzioni di fine-vita alle squadre di progetto dei nuovi satelliti, e attivandosi nel ricercare soluzioni che funzionino. E il mio telefono squilla.

Allo stesso tempo, sempre più stati stanno guardando alle regolamentazioni Europee, ed in particolare la French Law. Tra le proposte per nuove linee guida di mitigazione dei detriti si mormora addirittura di istituire una sorta di revisione obbligatoria dei satelliti con cadenza annuale, proprio come accade per le nostre automobili. Qui sulla terra, un’auto che non passa la revisione non può più circolare. Lo stesso verrà applicato ai satelliti, con cadenza annuale: se le prestazioni e l’affidabilità di un satellite scendono sotto a un certo valore, l’operatore sarà obbligato a rimuoverlo. L’operazione non è così difficile come sembra, le compagnie di assicurazioni già elaborano condizioni di prestazione dei satelliti su base annuale.

Questa pratica potrebbe sconvolgere l’industria, ma anche generare nuova innovazione. Per noi di D-Orbit ovviamente questa pratica porterà all’affermazione dei nostri prodotti come il nuovo standard di decommissioning. Un satellite con il nostro D3 a bordo può proseguire la propria vita operativa a dispetto del possibile fallimento del satellite, dato che potrà essere rimosso comunque.

Parlando di protezione dell’ambiente, le attenzioni sono rivolte esclusivamente alla superficie terrestre, come se quello che c’è fuori dell’atmosfera non ci riguardasse, e potesse essere trattato come una discarica… Un atteggiamento per certi versi simile a quello che osserviamo nei confronti del mare, in cui si scaricano migliaia di tonnellate di rifiuti, come se non ci riguardasse. La tecnologia D-ORBIT, prima nel mondo nel suo genere, vuole essere un primo passo nella giusta direzione: dotare i satelliti di un sottosistema che li riporti a bruciare rientrando in atmosfera. Ma i rottami in orbita sono un grande valore, se opportunamente recuperati e riprocessati… Quali sono quindi gli obiettivi strategici, a medio lungo termine?

Noi esseri umani siamo bravi a generare problemi pensando che qualcun altro, in un futuro più o meno lontano, li risolverà. Abbiamo fatto così in molti ambiti e sfumature dell’inquinamento terrestre. Nello spazio il principio non cambia, ma cambiano radicalmente le tempistiche. Inquinare un’orbita significa spargere attorno alla terra detriti che mettono a rischio l’intera infrastruttura satellitare in prossimità.

Evitare quindi di inquinare è sicuramente il primo passo, ma non basta. Bisognerà anche andare a prendere i rifiuti che già sono in orbita. A livello di ricerca accademica e industriale si sta facendo già molto, soprattutto in Europa.

Chiaramente un servizio di pulizia orbitale dovrà poi confrontarsi con le leggi di mercato. La migliore opzione sarà offrire la pulizia orbitale come parte di un servizio di manutenzione orbitale. Su questo punto preferisco non andare oltre.

Al momento i satelliti in orbita bassa – la maggior parte dei satelliti in orbita – vengono diretti verso terra dove per lo più bruciano per attrito, e ciò che rimane è di fatto inutilizzabile o difficilmente recuperabile.

Questi rifiuti spaziali possono in realtà essere visti come risorsa. Satelliti opportunamente smantellati e riciclati possono essere fonte di materiale che può essere usato direttamente in orbita, evitando così di dover spedire nuovo materiale dalla Terra per creare infrastrutture necessarie direttamente nello spazio, come satelliti, stazioni orbitanti, e attività commerciali.

Questo modo di operare è una sorta di produzione a ciclo chiuso, un concetto ben noto sulla Terra.

È impensabile che riusciremo a sviluppare in modo economicamente sostenibile un intero settore commerciale nello spazio se restiamo legati ad collo di bottiglia imposto dalla Fisica: il trasporto del materiale dalla Terra all’orbita. Nell’immediato futuro non abbiamo alternative, pertanto i lanci di satelliti continueranno a crescere.

Qui sulla terra costruiamo le navi direttamente nei porti. Similmente, è evidente che il futuro dell’industria manifatturiera spaziale è la manifattura in orbita. Avere a disposizione materie prime da utilizzare nei processi produttivi direttamente disponibili in orbita, quindi a costi ragionevoli, sarà un fattore abilitante necessario per la sostenibilità economica del settore.

Infine mi piace fare un altro esempio, molto calzante pensando al futuro del settore spaziale: il concetto di trasporto spaziale. Quando prendiamo un aereo, non portiamo con noi la nostra automobile con noi; ci spostiamo in taxi. Portare con noi la nostra automobile sarebbe troppo costoso e complesso. I nostri veicoli spaziali al momento trasportano con sè il proprio mezzo di trasporto —un motore a propulsione liquida o elettrica. Un satellite senza motore orbitale sarebbe molto più semplice da progettare e costerebbe meno, sia in termini di costo di piattaforma che di lancio. Un servizio di trasporto orbitale permetterebbe agli operatori di ridurre drasticamente i costi nella fase più critica del progetto – quella iniziale – e di affidarsi a sistemi di trasporto per spostarsi nell’orbita operativa. Sulla terra le attività commerciali sono intrinsecamente associate a servizi di trasporto. Lo stesso dovrebbe avvenire nello spazio.

Per essere economicamente sostenibili, questi sistemi di trasporto si dovranno avvalere di un’industria orbitale capace di stampare in 3D componenti di satelliti e di veicoli spaziali; in pratica dei veicoli di trasporto.

Questo tipo di trasporto renderà lo spazio fruibile a prezzi accessibili a tutti. Lo spazio diventerà un altro ambiente dove il genere umano potrà lavorare, viaggiare, esplorare, e divertirsi.

Ormai circolano diversi piani strategici, che preconizzano una progressiva industrializzazione dello spazio geo-lunare, a partire dalle orbite terrestri, all’orbita lunare, ai punti di Lagrange. Vedasi diverse interviste di Jeff Bezos (CEO di Amazon e Blue Origin), o alcuni documenti della ULA. L’ESA ha messo in agenda la costruzione di una grande infrastruttura, a metà strada tra la Terra e la Luna. Ad un recente incontro di Space Renaissance Italia, tenutosi presso la sede D ORBIT di Fino Mornasco, abbiamo introdotto il tema del secondo congresso nazionale dell’associazione, che si terrà il 18 e 19 Maggio 2018, presso l’INAF di Bologna: le Officine Orbitali. Quali sono le attività industriali che si possono ipotizzare per tali infrastrutture?

Secondo me è opportuno invertire il punto di vista, e puntare a individuare le attività che non si potrebbero fare, o che non sono fatte sulla Terra.

Oggi ci sono aziende che vogliono costruire e lanciare nello spazio capannoni da affittare a catene di hotel o a chi vuole farne un uso industriale. Ci sono aziende che si prefiggono di portare in orbita passeggeri con biglietto. C’è una intera industria satellitare completamente in subbuglio che sta vivendo un cambio di paradigma nella produzione e utilizzo dei satelliti.

Ci sono centinaia di cose da costruire e usare in orbita. Chi legge quest’articolo potrebbe formularne altre cento o più.

Mi piace pensare che l’espansione del genere umano nello spazio sia una necessaria applicazione del principio di biodiversità alla nostra specie. Rimanere sulla Terra significa essere esposti a innumerevoli possibilità di estinzione. Dobbiamo moltiplicare le nostre possibilità di sopravvivenza. La creazione di un’industria spaziale è, di fatto, una condizione necessaria.

Sul piano economico finanziario, le officine orbitali possono assicurare un ritorno di investimento in tempi ragionevoli, tale da attrarre l’attenzione di investitori nel nostro paese? Potrebbero costituire una risposta all’esigenza, che preoccupa molti investitori, di trovare settori sicuri su cui puntare, considerando l’estrema volatilità dei mercati, negli ultimi anni?

Questa è una domanda fondamentale che è molto difficile da affrontare. Nessun business è sostenibile senza un mercato. A volte il mercato esiste ma non è percepito, ed emerge soltanto con l’educazione dei portatori di interessi. Fino a pochi anni fa – prima che arrivassimo noi – nessuno pensava al decommissioning come a un mercato. Oggi stiamo scoprendo quanto grande sia.

Per quanto riguarda il trasporto spaziale, il riciclo, e la manutenzione in orbita, credo che se procediamo un passo alla volta, ogni nuovo mercato predisporrà il successivo. Quest’approccio graduale fornirà la giusta motivazione a investitori di capitali di rischio mostrando la logica sequenzialità dei business costruiti.

D-Orbit oggi offre InOrbit NOW, il primo servizio di trasporto spaziale per piccoli satelliti. Questo sistema permette di trasportare in orbita un gruppo di piccoli satelliti, rilasciando ogni singolo satellite nella posizione orbitale desiderata dall’operatore in un decimo del tempo oggi necessario. Si tratta di un servizio complementare a quello del lanciatore classico che non si può permettere di assecondare le necessità di ogni singolo piccolo satellite che trasporta. Subito dopo aver annunciato questo servizio siamo stati contattati da quasi tutte le aziende che prevedono di lanciare costellazioni di piccoli satelliti. Questo è il mercato.

Al momento non posso dire con confidenza che esista un mercato per il trasporto di satelliti di qualunque dimensione. Al momento il nostro servizio è limitato ai piccoli satelliti, ma non ho dubbi che il mercato si espanderà se seguiremo il percorso giusto.

L’Italia può dare molto al rinascimento, su tutti i fronti della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico. Siamo anche però consapevoli che oggi occorre vincere una vera e propria battaglia culturale: proporre buone idee e reali vettori di sviluppo non è sufficiente. Bisogna anche vincere l’apatia e l’inerzia, vizi di cui purtroppo soffre da sempre il nostro ambiente nazionale, ed ancora più in questa lunga crisi, da molti definita epocale. E non solo, vi sono correnti ideologiche decrescitiste e retrograde, fautrici di un ecologismo del mondo chiuso, pervicacemente limitato alla superficie del nostro pianeta. La maggior parte del mondo politico nostrano è del tutto disinformato e pervicacemente ignaro dell’enorme orizzonte di sviluppo costituito dall’espansione industriale nello spazio esterno. Un imprenditore geniale deve quindi muoversi su più fronti, non solo su quelli propri dell’innovazione e del business, ma anche sui fronti culturale, filosofico e politico. Recentemente hai assunto la presidenza dell’AIPAS, storica associazione italiana delle aziende aerospaziali, e non risparmi il tuo sostegno ad un’associazione filosofica come Space Renaissance. Puoi darci un’idea di come intendi muoverti anche su questo terreno?

Ho accettato il ruolo di presidente di AIPAS perché ho potuto apprezzare il valore e il contributo che ha dato non solo alle piccole ma anche alle medie e grandi aziende spaziali Italiane. Oggi sono ormai 40 le realtà spaziali associate, aziende che offrono prodotti e servizi all’avanguardia a livello internazionale.

Portare all’attenzione del mercato globale le perle tecnologiche che abbiamo nel nostro Paese è un dovere. Questo fenomeno è già in atto, grazie anche al continuo supporto dell’Agenzia Spaziale Italiana, sempre impegnata a portare lo sviluppo dell’industria spaziale un passo avanti, e alla sempre attiva collaborazione con le altre due associazioni di settore, ASAS e AIAD.

Space Reinassance è un’associazione filosofica, e forse anche un po’ fantascientifica. A me piace pensare che la fantascienza di oggi sia la scienza di domani. Immaginare il futuro è il primo passo per crearlo. Coloro che oggi leggono fantascienza, discutono sopra lo sviluppo umano nello spazio, immaginano l’Uomo colonizzare mondi, sono di fatto i futuri progettisti, ingegneri, e creativi dell’industria spaziale. Saranno loro – e mi ci metto anch’io, da assiduo lettore di fantascienza – che creeranno una realtà che nella loro testa è già chiara.

LINK:

D ORBIT S.r.l. https://www.deorbitaldevices.com/

Il Secondo Congresso Nazionale di Space Renaissance Italia https://sritac.spacerenaissance.space/

Iscrizione al Congresso https://sritac.spacerenaissance.space/iscrizione-al-congresso-di-space-renaissance-italia/

Questo articolo è pubblicato anche su l’Avanti! Online. (https://www.avantionline.it/dalla-silicon-valley-alle-officine-orbitali/)

Posted by ADRIANO AUTINO in Blog, News, Senza categoria, Stampa
Blade Runner 2049, il futuro è fusion

Blade Runner 2049, il futuro è fusion

Indubbiamente un bel film, degno dell’illustre precedente. La prima parte troppo lenta. Non sono contrario in assoluto alla lentezza. C’è la lentezza del grande Celibidache, un vento poderoso che spinge sulle vele dell’orchestra con forza costante. C’è la lentezza di una grande macchina che, pur con i motori a tutta forza, impiega del tempo a guadagnare velocità, ad esempio in mare, o nello spazio, dovendo vincere l’inerzia. In tutti questi casi avvertiamo la potenza, e l’accelerazione che comunque ci inchioda al sedile, togliendoci il respiro per l’anticipazione… E c’è la lentezza di chi tergiversa, o forse cerca un po’ di ipnotizzare lo spettatore, prima di cominciare a cercare di shockarlo. Ho l’impressione che in questo caso siamo esposti più a questo tipo di lentezza che al primo. Certo, si potrebbe anche discutere se sia legittimo “continuare” l’opera di un grande e geniale scrittore come Philip Dick, dal cui capolavoro “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” era stato tratto il capolavoro cinematografico di Ridley Scott, Blade Runner. C’è addirittura, tra i critici, chi pensa che Ridley Scott abbia concesso volentieri la liberatoria per il sequel a Denis Villeneuve, pregustando sornione l’impietoso confronto… Comunque, una volta che il motore della storia è andato a regime, il film imbocca un buon ritmo, senza lesinare con il simbolismo, tanto che a volte sembra di essere stati catapultati in una pellicola di Alejandro Jodorowsky. Il nostro Joe va alla ricerca della sua “montagna sacra”, e di risposte alle proprie domande esistenziali. Lì trova il vecchio Harrison Ford, ma non voglio svelare troppo a chi non ha ancora visto il film, considerando che suspense ed intreccio sono due punti di forza di questo lavoro.

La colonna sonora si caratterizza prevalentemente come una sequenza di rumori molto forti, a sottolineare l’atmosfera cupa, dove non si vede mai il sole, e la natura è completamente scomparsa dal pianeta Terra. Indubbiamente mi manca molto Vangelis. Ma, in generale, del romanticismo del primo Blade Runner qui rimane solo una certa eco di nostalgia, che però non trova il tempo di comunicarsi, nonostante le tre ore abbondanti di durata del film. In questo, bisogna dire, il film esprime bene il carattere del nostro tempo. Qualsiasi sentimento romantico, compresa la nostalgia, sembra essere bandito: quella che si avverte non è tanto nostalgia, quanto un vago ricordo della nostalgia, che non riesce a commuovere. Come se, morta o morente la natura, qualsiasi sentimento fosse confinato in un limbo dal quale non riusciamo a portarlo fuori. Paradossalmente, le uniche a provare sentimenti, ed a versare qualche lacrima, sono proprio loro, le persone arificiali. Nate o create in un mondo senza sole, non sembrano averne bisogno per nutrire sentimenti fin troppo umani. E questa sembra già una dichiarazione di una specie pronta a succederci…

Se il mondo immaginato da Dick era l’enorme periferia di una sconfinata megalopoli, il mondo di BR 2049 è un’immensa discarica, un gigantesco immondezzaio di rottami ferrosi, inframmezzato da zone contaminate. Nel bel mezzo della zona nuclearizzata — forse a simboleggiare i miracoli continuamente evocati lungo lo svolgimento della trama — troviamo arnie di api jodorowskiane! Cosa vuole dirci Denis Villeneuve? Viene il sospetto che questa, come altre, sia solo una trovata dal sapore retrò-simbolista escogitata dai creativi che hanno contribuito al soggetto, per spiazzare la nostra percezione. E va bene, mettiamoci anche Brecht, e spiazziamoci pure. Mi piace essere spiazzato, quando mi si vuole predisporre a ricevere un concetto a mente aperta: se però mi si spiazza solo per aggiungere un po’ di pepe, che altrimenti non sboccia dal soggetto, allora mi sento un po’ preso per i fondelli.

Scontato, ma non obbligatorio, il carattere ultra-distopico del soggetto. Sappiamo che l’umanità si è espansa nello spazio, il fantomatico ”extramondo”, che non ci è mai dato di vedere, ma a volte è citato come luogo di delizie ed a volte come luogo dove si impara a conoscere il dolore che non si è mai davvero conosciuto. È chiaro che l’espansione della civiltà nello spazio non è considerata, dagli sceneggiatori, che un dettaglio del tutto ininfluente sul piano sociale. Infatti la civiltà non ha affatto cambiato verso: l’ecosistema terrestre è chiaramente collassato, ben oltre la catastrofe ambientale, e l’umanità non sembra certo navigare nell’oro. Anche i privilegiati iper-tecnocrati vivono in una specie di inferno terreno. Dick scrisse la sua fantascienza distopica negli anni ‘60 del secolo scorso, con grande anticipo su quello che poi sarebbe diventato un filone floridissimo, innestandosi sulle ideologie verdi teorizzatrici dell’uomo distruttore della natura.

Ma, se non ci avesse lasciati nel 1982, Dick apprezzerebbe questa visione ultra-distopica, incurante di qualsiasi variante dello sviluppo civile? Sarebbe interessante esplorare dickianamente una realtà in cui il maestro non è passato a miglior vita, e cura personalmente il soggetto di Blade Runner 2049… Forse un simile soggetto descriverebbe lo scenario che si potrebbe verificare nel caso la civiltà non si espandesse nello spazio. Un mondo chiuso e buio, dove la catastrofe eco-sociale sarebbe stata inevitabile. Oppure vorrebbe regalarci finalmente una visione sia pure prudentemente utopica, grazie all’avvenuta espansione nello spazio, ed al conseguente sviluppo a risorse virtualmente infinite?

Comunque, tornando alla storia che possiamo vedere oggi nelle sale, a modo suo, limitatamente, questo film propone anche un concetto di speranza positiva. In questo caso sono certo di non guastare la sorpresa a nessun futuro spettatore, visto che questo concetto ci viene rivelato fin dalle prime sequenze, ed intorno a questo concetto si sviluppa tutta la storia. Il primo cacciatore di androidi e la sua dolce amante androide ebbero un bambino. Grazie ad un incredibile quanto imprevisto sviluppo delle tecniche biocibernetiche, Rechel era infatti in grado di restare incinta e di partorire. E questo bambino è la speranza dell’umanità. Rappresenta la fusione tra intelligenza umana ed intelligenza artificiale. Una prospettiva che può tranquillizzare quanti temono che l’homo sapiens venga prima o poi soppiantato da una nuova specie artificiale, che prenderebbe il sopravvento così come i Sapiens fecero a danno dei Neandertal.

Il fatto che questo concetto di speranza sia affidato alla vita che si rinnova da’ un tocco umanista a questa storia: la nuova specie che si annuncia è pur sempre parte della natura. Un caso di vita intelligente che progetta e costruisce una specie superintelligente, integrando le capacità e le velocità di calcolo e di pensiero dell’elettronica (peraltro ormai completamente organica) con le capacità di intuizione e creatività dell’intelletto sapiens. Sarebbe lecito supporre che la superintelligenza sia poi in grado di comprendere appieno la convenienza infinitamente maggiore dell’etica, e della competizione leale, in un contesto (extramondo!) di risorse abbondanti, rispetto alla cattiveria ed alla sopraffazione nel mondo chiuso e limitato…

Tale superintelligenza saprà forse anche scrivere finalmente un soggetto cinematografico in cui si apprezza pienamente la differenza tra una civiltà implosa nel mondo chiuso, ed una che riprende a svilupparsi nel mondo aperto del sistema solare. Ma questa è una storia ancora tutta da scrivere.

Questo articolo è anche pubblicato su L’Avanti online. (http://www.avantionline.it/blade-runner-2049-la-speranza-e-la-vita-che-si-rinnova/)

Posted by ADRIANO AUTINO in Blog, News, Senza categoria
Progresso, progressismo e rinascimento

Progresso, progressismo e rinascimento

Progresso, progressismo e rinascimento

di Adriano V. Autino

L’obsolescenza delle componenti progressiste in Italia

Negli ultimi mesi qualcuno si deve essere accorto che, nel campo della sinistra, si era completamente estinta qualsiasi componente progressista. Tutte le forze e le debolezze della sinistra si erano gradatamente uniformate all’ideologia verde decrescitista, diventando così un altro fattore di supporto al declino industriale nel nostro paese, e quindi all’eutanasia della civiltà industriale. Ora, non può certo sfuggire, a chi conserva un minimo di capacità di analisi sociale, che tutto ciò che abbiamo avuto, in termini di vero progresso, nel mondo occidentale, lo si deve alla civiltà industriale. Basta guardare i paesi in cui non c’è (ancora) stata una rivoluzione industriale (e chissà se a questo punto ci sarà mai). Niente sistemi di istruzione di massa, niente sistemi sanitari di massa, e totale mancanza di quella diginità umana che solo il lavoro ha potuto portare, pur con tutte le contraddizioni che ben conosciamo. La civiltà industriale, nei paesi in cui si è sviluppata, ha portato non solo progresso materiale, ma soprattutto morale ed etico, la nascita di movimenti pacifisti, la graduale obsolescenza delle concezioni della guerra come valore e gloria, una maggior consapevolezza dei diritti umani universali. Ovviamente ha significato anche sfruttamento, alienazione, inquinamento. Mali che il movimento operaio ha cercato di eliminare o contenere, con le sue lotte per i diritti sociali. E di tutto questo chiunque si ritenga oggi sinceramente umanista può a buon diritto continuare a rivendicare la giustezza ed il merito, davanti alla storia. Le grandi lotte operaie hanno però anche lasciato una pesante eredità negativa: l’odio di classe, che continua a far danni anche nell’era cosiddetta post-industriale, anche quando non esistono più modelli sociali alternativi alla democrazia liberale, nel contesto del (più o meno) libero mercato. Le classi sociali, così come erano state definite in era industriale, si sono progressivamente sfilacciate, compenetrate, osmotizzate, rendendo via via la realtà sociale un amalgama in cui è sempre più difficile distinguere il proletario dal precario e dal piccolo imprenditore semplicemente monitorando il loro conto in banca, in ogni caso tendente al rosso. E quando il colore rosso si trasferisce tragicamente dalle bandiere ai nostri conti bancari, è inevitabile che avanzino le tante gradazioni di nero, dell’evasione, del fascismo, della regressione sociale, della chiusura, della mafia, della violenza e dell’autoritarismo, del noir non più solo genere letterario, bensì vero e proprio modello sociale.

La Terra è il solo pianeta che abbiamo, per ora

Ma non è neanche facendo appello alla resistenza contro il neofascismo rampante che la società civile potrà generare sufficienti anticorpi e riconquistare un limpido assetto progressista. Andiamo con ordine. Avendo svolto una veloce indagine di mercato (la disciplina che da qualche anno ha evidentemente rimpiazzato l’analisi sociale), qualcuno nel campo della sinistra ha furbescamente rispolverato il termine “progressista”. E così, ad esempio, Pisapia ha battezzato il suo movimento “Campo progressista”. Qualcun altro ha prontamente seguito l’esempio, ed ha fondato “Articolo 1, Movimento democratico e progressista”. Che dire di quest’ultimo? Già nel nome testimonia la sua condizione di relitto della storia, intitolandosi all’articolo 1 della costituzione, quello che stabilisce l’Italia essere “una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, e non ad esempio sulla libertà di impresa e di ricerca scientifica, filosofica, etica, definizione che starebbe meglio al passo con il tempo contraddittorio, ma anche fortemente rinascimentale, che stiamo vivendo. Movimenti che basano la loro definizione progressista sull’immarcescibile ricetta dell’aumento della tassazione ed, in definitiva, sul controllo statale dei patrimoni, in nome della “redistribuzione della ricchezza”. Un concetto che, così come la “salvaguardia del pianeta”, viene proposto senza neanche più disturbarsi a motivarne la validità etica, convinti come sono i proponenti, nella loro supponente presunzione, che tutti ormai ne diano per scontate l’assennata correttezza sociale ed ontologica. La convinzione profonda, ben radicata nella coscienza piccina e priva di immaginazione di costoro, è sempre la stessa: il pianeta è una quantità finita di materie prime, la ricchezza che ci si può costruire sopra non può quindi che essere anch’essa finita ed inaccrescibile. Bisogna dunque (ri)distribuire equamente questa “ricchezza” tra tutti. Va da sé che i proponenti di questa dottrina si ritengono i migliori e più onesti gestori delle risorse ormai scarse del “pianeta”, termine di cui pure abusano. Il termine “pianeta” infatti, per gli antichi greci, significava “luce nel cielo”. Basterebbe rifarsi a questa vecchia definizione, allora, per capire che il nostro pianeta è una luce nel cielo tra tante, nel sistema solare. Se si continua ostinatamente a vedere questo nostro pianeta come l’unico che abbiamo (e che avremo), è inevitabile che tutta l’attività umana ne risulti un gioco a somma zero. Il concetto di redistribuzione della ricchezza si riferisce all’economia come gioco a somma zero. Ridurre le disuguaglianze, un obiettivo rispolverato da questi movimenti sedicenti nuovi, si riferisce ugualmente al paradigma della somma zero.

Ridistribuzione o crescita della ricchezza? Uscire dal paradigma del gioco a somma zero

Un movimento realmente progressista, futurista e presentista, dovrebbe invece urgentemente ragionare su un concetto di crescita della ricchezza ed, a tale uopo, in un’agenda finalmente socio-urgica, e non solo socio-logica, agire per movimentare i capitali, che oggi ristagnano senza alimentare alcuna crescita. Movimentare i capitali non significa necessariamente che lo stato debba risucchiarne porzioni crescenti per poi occuparsi di ridistribuirli o reinvestirli. Sappiamo ormai che poi gran parte del gettito fiscale sparisce in capaci tasche che poco o nulla hanno a che vedere con serie politiche di investimento pubblico. Movimentazione dei capitali in direzione utile al progresso sociale dovrà significare piuttosto tassare i capitali immobilizzati, invece che i capitali tout-court. Ma, ancor più, significa sviluppare politiche di incentivi e sgravi fiscali, intelligentemente orientate a favorire iniziative industriali e di ricerca funzionali al vero progresso. Mi riferisco, come scritto più volte in altri articoli, al settore new space: veicoli di trasporto terra-orbita interamente riutilizzabili, sviluppo del trasporto di passeggeri civili nello spazio, di stabilimenti industriali manifatturieri orbitali e nello spazio geo-lunare, utilizzo di tecnologie additive per produzione ed assemblaggio di satelliti direttamente in orbita. Perfino l’industria 4.0, nella quale si ripongono oggi tante speranze, non servirà a nulla, se non innescherà l’espansione civile nello spazio.

Per uscire dal paradigma della somma zero basta un semplice ragionamento, un classico “uovo di Colombo”, come quello che ha portato Elon Musk, recentemente, a sviluppare lanciatori a due stadi completamente riutilizzabili, visto che ancora non siamo in grado di sviluppare un veicolo single stage to orbit. Il ragionamento è questo: se le risorse materiali del nostro pianeta natale costringono ormai la civiltà degli otto miliardi di abitanti ad un’economia permanentemente a somma zero, le risorse del sistema solare, a cominciare da quelle della luna e degli asteroidi vicini alla terra, permettono di uscire da questa gabbia, e di tornare ad orientarci al vero progresso, vale a dire il processo socio-economico a somma crescente. In un contesto economico crescente, poiché basato su risorse materiali ed energetiche virtualmente infinite, l’ascensore sociale tornerà a mettersi in movimento, verso l’alto.

Eliminare la povertà, e non la ricchezza

È questo l’importante. Se, infatti, proviamo a lasciar andare l’odio di classe ed i meschini desideri di rivincita e vendetta, che cosa potrà mai importare veramente, a noi che abbiamo a cuore i diritti di tutti gli esseri umani, che i ricchi “paghino caro” per la loro ricchezza? Per quanto mi riguarda Bill Gates può anche diventare ancora più ricco, purchè ai miserabili sia data la possibilità di accedere ad un livello di vita dignitoso, chi già lavora abbia maggiori opportunità di impiego, i piccoli e medi imprenditori abbiano un formidabile aumento del mercato e dei contratti, nascano nuove imprese ogni giorno, alimentando così la crescita sociale complessiva. A me, umanista, fa molto male sapere che tanti milioni di bambini nel mondo non hanno da mangiare e non possono andare a scuola, che milioni di persone non hanno di che lavarsi e vivere dignitosamente. E che, in virtù di questo loro stato, costituiscono una massa di disperati disponibili per guerre ed orrori inaccettabili. Io non mi sento libero né completo, come essere umano, finchè perdura e peggiora questo stato di cose. Se continueremo a cercare di superare questo stato di cose mediante i concetti della redistribuzione, del risparmio e della tassazione vessatoria — tanto cari alle sinistre vecchie e decrepite anche quando si rifanno la facciata —  non faremo che incrementare i conflitti, gli odi, le chiusure. Il risultato sarà la redistribuzione dell’odio e della povertà, e non certo della ricchezza. Il nostro obiettivo è infatti eliminare la povertà, e non la ricchezza.

Non solo il termine “progressista” sta vivendo una stagione di rispolvero. Anche il termine “rinascimento” conosce un percorso simile. Sono molti ormai a riempirsi la bocca di questo termine, senza avere neanche provato ad approfondire il concetto, che cosa ha significato nella storia, e che cosa significa oggi. Il pericolo è che queste parole — progresso e rinascimento — vengano svuotate del loro significato reale, e quindi diventino del tutto inefficaci, grazie all’uso improprio fattone dai mestieranti della politica, pronti a sporcare qualsiasi concetto, pur di avere una manciata di voti in più, ed un quarto d’ora di notorietà.

La lotta tra rinascimento e regressione, il ruolo dello stato nello stimolare un nuovo mecenatismo

Varrà la pena ricordare che il Rinascimento è un processo sociale che ha avuto inizio nel 1500, in Italia, grazie alla famiglia Medici, che ebbe il grande merito di inaugurare una pratica estremamente utile e funzionale al progresso: utilizzare parte della propria fortuna, accumulata grazie al proprio genio imprenditoriale, per favorire lo sviluppo delle arti e della ricerca, che all’epoca praticamente coincidevano, nelle botteghe artigiane. Il Rinascimento è stato l’ostetrica che ha favorito la nascita della ricerca scientifica moderna, nel ‘600, seguita dalle rivoluzioni industriali dell’800 e del ‘900, ed oggi punta decisamente allo spazio, unico sbocco che può assicurarne la continuazione.

Nei primi anni 2000, un “Medici” moderno, Paul Allen (socio di Bill Gates), ha donato 30 milioni di dollari alla piccola aziende Scaled Composites. Grazie a quella donazione la Scaled Composites progettò e costruì SpaceShipOne, un veicolo suborbitale, simile al vecchio X15 della NASA, però concepito per trasportare turisti, passeggeri civili. Il 21 giugno 2004 lo SpaceShipOne ha compiuto il primo volo spaziale sviluppato con soli fondi privati, vincendo così il premio Ansari X-Prize da dieci milioni di dollari, per aver raggiunto l’altitudine di 100 km (cioè lo spazio) due volte in un periodo di due settimane con a bordo l’equivalente di tre persone e con non più del 10% di peso (che non fosse carburante) della navicella sostituito tra i due voli. C’è questo “piccolo” evento, nel background di Space X, e del grande evento degli ultimi due anni: l’abbattimento del costo del trasporto terra orbita da 20.000 US$/kg (mantenuto monopolisticamente costante per gli ultimi 40 anni!) a 2.000 US$/kg, che consente oggi a molte più aziende private di entrare nel settore spaziale.

La realtà odierna? Nel mondo c’è una lotta tra rinascimento e regressione, di cui nessun media canta le gesta. Governi intelligenti, che facciano propri moderni concetti di progressismo e mecenatismo, possono fare molto per aiutare il rinascimento a prevalere.

Una forza di governo intelligente, oggi, potrebbe anche — oltre a mettere in atto le politiche sopra accennate — porsi l’obiettivo di incrementare il moderno mecenatismo, ad esempio istituendo sgravi fiscali per chi fa donazioni importanti per l’arte, per la ricerca, per l’istruzione, per la protezione ed il risanamento idrogeologico del territorio. È opportuno evidenziare la modalità innovativa di tale processo. Va lasciato andare anche il vecchio sistema di centralizzare le donazioni a livello fiscale: gli 8 ed i 5 x mille non sono bastati, almeno finora, a risollevare l’investimento in ricerca ed istruzione, che continuano a vedere di anno in anno i loro già miseri bilanci costantemente tagliati. Oltre ad arrestare ed invertire finalmente la tendenza suicida al taglio progressivo delle risorse pubbliche per la ricerca e l’istruzione, occorre costruire un sistema che incoraggi le donazioni dirette, ovviamente monitorandone l’effettiva esecuzione e successiva efficacia, non solo alle associazioni ed alle imprese, ma anche a singoli ricercatori, artisti, innovatori, premiando le idee migliori per favorirne la realizzazione. Altrochè reddito di cittadinanza!

Colonizzare lo spazio, e lasciare in pace il mare!

Un’ultima chiosa, per chiudere questa riflessione. Per quanto il nesso possa non apparire ovvio, questo scritto mi è stato stimolato da un bel film, visto ierisera, sulla vita del comandante Jacques Costeau, che confesso di aver voluto vedere perché nel cast c’è Audrey Tautou, una delle mie attrici preferite, indimenticabile interprete del “Favoloso mondo di Amelie” (:-)… Comunque, Costeau si è spinto nei più remoti angoli del nostro pianeta, con l’intento di promuovere la colonizzazione del mare, le abitazioni sottomarine, ed addirittura la mutazione trans-umanista, cioè sviluppare branchie artificiali per poter vivere nel mare come ibridi umano-ittici. La sua opera ha comunque diffuso la conoscenza dell’ambiente naturale marino, di cui il vecchio Costeau diverrà poi uno strenuo difensore.  Il suo sogno fu sostenuto principalmente da una società petrolifera, che donava carburante per la sua nave Calipso, in cambio di campioni raccolti sul fondo marino, per indivuare giacimenti di petrolio. Il sogno di colonizzare i fondali ebbe però termine quando si cominciarono a sviluppare i robot sottomarini, che consentivano l’esplorazione e la prospezione mineraria dei fondali con molta maggiore efficienza e minor pericolo per gli esseri umani. Personalmente ritengo che la mancata colonizzazione del mare non sia affatto un male: non avrebbe alcun senso riempire ulteriormente lo spazio del nostro pianeta di infrastrutturre abitative ed industriali. Il pianeta stesso sta già dimostrando, mediante scompensi climatici tremendi, che non tollererà oltre la nostra invadenza… si sa che dopo tre giorni (o in questo caso dopo tre ere geologiche?) l’ospite è come il pesce… puzza.

Una rappresentazione artistica del pianeta Trantor, capitale dell’Impero Galattico (Trilogia della Fondazione, di Isaac Asimov)

Da un punto di vista puramente ecologico (e non ecologista), il mare — ambiente fondamentale per il ciclo autoregolantesi delle acque planetarie — dovrebbe restare per quanto possibile un ambiente autoregolato, e quindi il meno possibile antropizzato. E quindi in questo caso lo stop alla colonizzazione, imposto dallo sviluppo di tecnologie robotiche, è stato quanto mai opportuno. Altro discorso riguarda ovviamente le risorse, soprattutto alimentari, che preleviamo dal mare, negli ultimi anni messe in crisi a causa di pesca eccessiva e dell’inquinamento, soprattutto da materie plastiche. Anche a questo proposito, l’unica alternativa è rappresentata dalla continuazione del nostro sviluppo altrove, il che permetterà al nostro pianeta d’origine di rigenerare la ricchezza e la qualità delle risorse naturali, quelle ittiche in primo luogo.
Nel caso dello spazio, quindi, se un arresto del processo espansionistico dovesse riproporsi, a causa di una pretesa “maggior convenienza” di tecnologie robotiche nell’approvvigionamento di materie prime extraterrestri, sarebbe un evento nefasto, che arresterebbe non solo il progresso, bensì l’evoluzione stessa della civiltà. Una simile scelta porterebbe, alla fine, all’inevitabile invasione antropica anche del mare, decretando la progressiva cementificazione del nostro pianeta, modello Trantor (si veda il ciclo della Fondazione di Isaac Asimov). E credo proprio che questo scenario non sia accettabile né per gli umanisti né per gli ecologisti… Fatta salva la grande utilità delle tecnologie robotiche come supporto alla colonizzazione dello spazio, è chiaro che le risorse extraterrestri dovranno essere utilizzate principalmente in funzione dell’eso-sviluppo, per costruire infrastrutture spaziali, e supportare la vita e le attività umane in tali ambienti.  Dunque, vogliamo discutere, quanto prima possibile, di che cosa intendiamo veramente per progresso?

Posted by ADRIANO AUTINO in Blog, News, Stampa