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L’intervento di Adriano Autino al seminario di Aeropolis, il 15 dicembre 2018

L’intervento di Adriano Autino al seminario di Aeropolis, il 15 dicembre 2018

Allora io innanzitutto ringrazio moltissimo il presidente Antonio Ferrara per avermi invitato qui oggi, a questo seminario di Aeropolis, ed ho il piacere di salutare tutti voi, amici di Napoli, che conosco perché la nostra associazione, perlomeno il chapter italiano, è nata proprio qui a Napoli, ed ha avuto la sua prima sede legale, qui all’Università Federico ii, nel tardo 2013.

Io mi giocherò i pochi minuti che ho a disposizione non tanto per raccontarvi la storia di Space Renaissance, che esiste da una decina d’anni: dal 2008 l’associazione internazionale, il chapter italiano dal 2013. Quanto per essere sull’edge della problematica spaziale, e quindi fornire quello che secondo noi è l’indicazione, diciamo pure politica, estremamente urgente e che può innescare in italia un processo estremamente interessante ed utile dal punto di vista anche dello sviluppo economico e non solo economico, per il raggiungimento degli obiettivi che noi tutti, i cosidetti space activist, perseguiamo da parecchi anni. Nel caso di Space Renaissance esplicitamente l’espansione della civiltà nello spazio.

Cosa vuol dire espansione della civiltà? Vuol dire espansione civile nello spazio, che significa il cambio di paradigma, dall’esplorazione all’insediamento, alle prime attività industriali a partire dallo spazio geo-lunare: quello che già si può fare e che sarebbe estremamente redditizio già nei prossimi dieci anni e non in un futuro remoto. Era questo il tema del nostro congresso, che abbiamo tenuto all’INAF di Bologna a maggio di quest’anno. Il titolo era “Officine orbitali: primo livello di esposizione civile nello spazio”, ed ha avuto come focus tre temi fondamentali: 1) le officine spaziali, con i temi industriali di possibile sviluppo, 2) l’aggiornamento necessario del diritto spaziale, fermo all’Outer Space Treaty di ormai 51 anni fa e 3) l’ecologia cosmica, un discorso che ha visto gli amici e colleghi dell’INAF svolgere interventi stupendi a dimostrazione che siamo immersi in un’ecologia cosmica, e nonsolamente in un’ecologia planetaria. Un congresso che ha avuto un grandesuccesso, una milestone molto importante, nel processo di sdoganamento dellospazio in italia come tema attuale e non solamente una chicca per gliappassionati del settore. Ci sono stati più di 40 interventi di speaker digrande rilievo: due numeri 2 dell’ESA (due persone che rispondono direttamente a Jan Woerner), oltre ovviamente a rappresentanti dell’ASI e di altre realtà importanti, non solo della ricerca, ma anche di piccole aziende come la D-ORBIT di Fino Mornasco, la Ferrari Farm che fa serre idroponiche per lo spazio, ed altre realtà piccole ma significative, che esistono in italia e che si muovono nella direzionegiusta.

Vado rapidamente a quello cui accennavo prima, l’indicazione che abbiamo messo a punto, già nel secondo congresso mondiale del 2016, dove abbiamo identificato quel gruppo di attività industriali che possono essere svolte nello spazio. Quest’anno Space Renaissance ha viaggiato molto: siamo stati a Vienna, all’UNISPACE+50, l’assemblea della branca spaziale dell’ONU, l’UNOOSA. Siamo stati a Brema, al congresso della International Astronautical Federation, e siamo stati a Spacecom 2018 a Houston, due settimane fa, proprio per capire qual’è la percezione, per tastare il polso della space community internazionale sui temi che ci interessano. Ebbene abbiamo visto un grande fermento, addirittura anche aziende dell’aerospace tradizionale, come la ULA, composta da Boeing e Lockheed Martin, ed altri che stanno sviluppando piani di industrializzazione spaziale. Si parla ormai chiaramente di economia cislunare, che comprende attività minerarie sui Near Earth Object e sulla Luna. Più modestamente noi avevamo messo l’accento già da un paio d’anni a questa parte per esempio sull’assemblaggio dei satelliti in orbita: pensate a cosa porterebbe come risparmio, ed in termini di economia di scala e tutti i costi di progettazione, costruzione e lancio se i satelliti potessero essere assemblati in orbita. Potrebbero fare a meno ad esempio di una serie di automatismi per il deployment delle antenne e dei pannelli solari. La rimozione dei detriti spaziali ed altre attività che non potranno che essere manned, quando le si vorrà fare in maniera seria, ed anche il possibile riutilizzo dei materiali di risulta dai detriti spaziali. Tutti processi industriali che potrebbero essere sviluppati su stazioni orbitali adeguatamente attrezzate.

Allora per dare inizio a questo processo servono alcune tecnologie abilitanti. Prima di tutto veicoli a basso costo, perché senza questi non andiamo da nessuna parte nello spazio, con i costi attuali — che sono quelli dell’esplorazione finanziata con soldi pubblici — non possiamo permetterci di cominciare a lavorare nello spazio. Possiamo solo continuare a fare esplorazione, finché ci saranno soldi: se l’economia non sarà rilanciata dalla space economy sarà difficile che ci siano soldi anche per l’esplorazione, fra quindici o vent’anni. Quello che serve quindi sono veicoli a basso costo, dotati di un comfort e di accelerazione compatibili con criteri di trasporto di passeggeri civili nello spazio. Perché, guardate bene, il tema nei prossimi anni è questo: tema che coinvolge necessariamente l’aeronautica, perché portatrice della grande esperienza di trasporto passeggeri civili in aria, un’esperienza fondamentale, senza la quale non andiamo da nessuna parte. Mi piacerebbe molto sviluppare il discorso del settore new space, ma credo che avremo modo e tempo di svilupparlo più avanti. In estrema sintesi, cosa ci serve: accelerazioni basse, rientro nell’atmosfera morbido e confortevole, protezione dai raggi cosmici, ci serve cominciare a pensare all’ambiente verde negli habitat spaziali. E la gravità artificiale, altra cosa che di cui non possiamo fare ameno, se vogliamo pensare di vivere e lavorare per lungo tempo nello spazio, e non un massimo di sei mesi come succede oggi agli astronauti sulla space station.

Il tema del trasporto passeggeri civili nello spazio, che per noi è fondamentale, in tutte queste conferenze cui abbiamo partecipato quest’anno l’abbiamo visto ancora abbastanza marginale. Uno potrebbe dire accidenti ancora non c’è attenzione su questo. Invece noi diciamo che è un’opportunità formidabile, perché in Italia siamo ben messi, siamo avanti su questo tema. Abbiamo il CIRA, oggi presente qui con Stefania Cantoni, una vecchia amica, sostenitrice di queste idee. Da anni il CIRA svolge ricerche sul rientro in atmosfera morbido e navigato, proprio per diminuire la pericolosità ed aumentare la sicurezza. Abbiamo un progetto coordinato dal professor Battiston prima di assumere la presidenza dell’ASI, sulla protezione dalle radiazioni cosmiche. Una serie di piccole aziende che si muovono nella direzione giusta, come come start up ed ormai non più come startup. Recupero dei detriti spaziali, la D-ORBIT, la prima del mondo. Allora, siamo malmessi? No, siamo ben messi, e se affrontiamo da un punto di vista filosofico umanista il discorso del trasporto passeggeri civili nello spazio — come possiamo fare, dati la nostra storia e retaggio storico culturale — possiamo assumere rapidamente una posizione di leadership nel settore new space alivello mondiale.

Non ultimo, lo spazioporto di Grottaglie con tutto quello che comporta, e che ci posiziona tra i primi paesi al mondo che ospiteranno i voli suborbitali di Virgin Galactic.

Posted by ADRIANO AUTINO
Space Renaissance: intervista ad Adriano Autino, su Space Economy e Space Policy

Space Renaissance: intervista ad Adriano Autino, su Space Economy e Space Policy

Intervista a cura di Roberto Guerra – Molto clamore in Italia per il Caso Battiston, Presidente dell’ASI (Agenzia Spaziale Italiana) liquidato recentemente… Uno stop per il futuro dell’Italia nello Spazio, tra le poche eccellenze italiane? Adriano Autino, futurologo italiano e fondatore di Space Renaissance, gruppo con rami internazionali, fa il punto sull’ affaire Battiston, più in generale sul ruolo sempre più rilevante di Space Renaissance per la cultura spaziale stessa in Italia e sui lavori in corso nel settore aerospaziale mondiale, nell’era del nascente turismo civile spaziale, della Space Economy e la cosiddetta Space Policy, dopo il celebre Elon Musk e le nuove frontiere della Nasa.

D- Adriano, un 2018 in forte progress per Space Renaissance, un convegno a Bologna, un altro in Germania questo ottobre e anche con la Nasa a Houston imminente, un bilancio?

Vero, il 2018 è stato un anno importante per Space Renaissance, frutto del lavoro di preparazione svolto nel 2017. Nel 2017 infatti avevamo lavorato molto, su alcuni temi in particolare, soprattutto per sviluppare il mandato del Secondo Congresso Mondiale di Space Renaissance, svoltosi ad ottobre 2016. Il tema dello sviluppo civile dello spazio, identificato dal congresso come il nostro principale impegno nei quattro anni del mandato congressuale, fino al 2020. Promuovere il cambio di paradigma dall’esplorazione all’espansione, dal pur meritevole impegno di ricerca scientifica spaziale ai primi passi di industrializzazione dello spazio geo-lunare, il che significa trasportare ed alloggiare civili nello spazio, non più solo astronauti addestrati. Non solo quindi accesso allo spazio a basso costo, ma anche sicuro, confortevole, protetto. Il congresso del 2016 ci impegnava anche politicamente: prendendo atto della grande rivoluzione in atto, a seguito dello sviluppo del settore new space, dei razzi riutilizzabili (Space X), del grande fermento che pervade tutta la space community internazionale, il congresso ci impegnava a cambiare atteggiamento nei confronti delle agenzie spaziali e delle grandi istituzioni internazionali: non più solo critica per il grave ritardo nell’apertura della frontiera alta, ma grande apertura alla collaborazione, al dialogo, ricercando ovunque le persone di buona volontà che sinceramente si battono per l’espansione della civiltà nello spazio. Nel 2017 avevamo quindi promosso la celebrazione del 50mo anniversario della firma dell’Outer Space Treaty, sviluppando iniziativa verso l’ONU, l’UNOOSA in particolare, e verso l’Agenzia Spaziale Italiana. Tutto quel lavoro di preparazione è poi confluito nel congresso del 18 e 19 maggio, all’INAF di Bologna, milestone importantissima, perché ha sviluppato tre temi congressuali: le officine orbitali, ovvero i primi passi di industrializzazione dello spazio geo-lunare; il diritto spaziale, riprendendo il discorso sull’Outer Space Treaty; l’ecologia cosmica, ossia il preludio del grande tema filosofico e scientifico dello sviluppo della vita nel sistema solare… gardening the universe, portare il bioma terrestre fuori dai confini del nostro pianeta madre, ossia garantire al nostro pianeta vivente una discendenza. E, parallelamente, garantire alla nostra civiltà un ambiente verde, protetto e vivibile nello spazio, dove le risorse per lo sviluppo sono abbondanti e basteranno per una civiltà di trilioni di persone. Alla conferenza di Vienna UNISPACE+50, abbiamo portato una voce di chiarezza, per quanto riguarda i 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile del 2030: che nessuno di quegli obiettivi potrà essere raggiunto senza il 18mo obiettivo, ovvero dare inizio immediato all’espansione civile nello spazio. Siamo stati anche a Brema, al 69mo congresso della International Astronautical Federation, con una folta delegazione di 5 soci di Space Renaissance International. Anche in quella situazione — dove si toccava con mano il grande fervore che caratterizza il settore spaziale in questo momento — abbiamo portato la nostra analisi e le nostre proposte, orientate a discernere e dare impulso alle vere priorità: sviluppare le tecnologie abilitanti il trasporto e l’alloggiamento di passeggeri civili, e quindi: veicoli orbitali a bassa accelerazione e rientro in atmosfera sicuro e confortevole, protezione dalle radiazioni cosmiche, gravità artificiale, ecosistemi artificiali, il verde nello spazio. C’è una grande disponibilità da parte di privati, anche grandi aziende non spaziali, ad investire nello spazio: non si parla più di trasferimento tecnologico dallo spazio a terra, ma, al contrario, di portare mestieri e tecnologie terrestri nello spazio. A Houston, alla conferenza di Space.com 2018, verificheremo in prima persona quanto questo processo sia maggiormente avanzato e tangibile negli Stati Uniti. All’altro appuntamento, negli stessi giorni 27 e 28 Novembre in Lussemburgo, andrà per Space Renaissance Michael Clanton, nostro Executive Director, che dovrebbe tenere un intervento su Space Renaissance Academy. Anche in Lussemburgo avremo un importante punto di verifica del settore new space, nel paese europeo che più sta scommettendo sulla space economy.

D- Adriano, più in generale la nuova era spaziale in Italia sta decollando? Space Economy e Space Policy, di che si tratta?

Difficile dirlo. Nel mondo è in atto una nuova fase del Rinascimento. Le fasi di accelerazione del Rinascimento sono caratterizzate da grandi turbolenze. Questa volta prevarranno i Pazzi o i Medici? Anche questo non è per niente scontato. In Italia, da un paio d’anni a questa parte, si sta sviluppando un certo interesse per la space economy, tuttavia la parola “spazio” ancora non la sentiamo pronunciare in nessun discorso dei politici. E neppure viene menzionato lo spazio, come settore promettente di sbocco professionale per i giovani. Proprio in questi giorni, a Genova, si svolge la 23ª edizione del Salone della Scuola, della Formazione, dell’Orientamento e del Lavoro. Una delle manifestazioni, intitolata “Capitani Coraggiosi” (!), propone ai ragazzi sette vie dei mestieri e delle professioni: Mare, Sport, Ambiente & Sviluppo Sostenibile, Arte Cultura & Spettacolo, Commercio Artigianato & Turismo, Industria 4.0, Sicurezza Pubblica. Chi sono questi Capitani Coraggiosi? Figure di spicco delle professioni del mondo del lavoro. Ma nessuno di loro ha il coraggio di parlare di spazio. Ma la space community italiana sembra crederci, e l’ASI, con l’amministrazione Battiston, era ben avviata a rivendicare un ruolo di primo piano per la space economy, come settore di forte sviluppo nazionale ed internazionale. La politica però sembra essere toccata solo a livello regionale, almeno in Puglia, dove il Presidente della Regione Emiliano scommette decisamente sullo spazio, e non ha avuto dubbi a firmare l’accordo con Virgin Galactic, per trasformare l’aeroporto di Grottaglie in uno spazioporto per il turismo spaziale. E tanto può fare il nostro paese, in tema di sviluppo civile nello spazio: è al CIRA che si svolge da anni la ricerca per tecnologie più sicure e morbide di rientro in atmosfera. E si è svolto in Italia, coordinato dal Prof. Roberto Battiston (prima che diventasse presidente dell’ASI), un progetto molto avanzato, di studio per la difesa della vita dalle radiazioni cosmiche nello spazio. Come diciamo da tempo, nel nostro paese la visione ingegneristica dei sistemi spaziali convive con l’impostazione umanistica della progettazione. Siamo quindi in pole position per guidare l’espansione civile nello spazio, in cui i requisiti degli utenti, civili, conteranno di più dei, o almeno quanto i, requisiti di missione (di esplorazione o puramente scientifica).

La space policy però è un rebus. Abbiamo assistito, in questi giorni, alla brutale defenestrazione di Battiston dalla presidenza dell’ASI. Siamo di fronte alla lottizzazione della ricerca spaziale? O forse ad una svolta militarista del governo italiano? Fino a qualche mese fa ci si poteva avventurare nello studio della space policy italiana, con la possibilità di capirci qualcosa, e l’esistenza in Italia di una cabina di regia sullo spazio, cosa pressoché unica in Europa, faceva ben sperare oggi circa una possibile crescita di importanza del settore spaziale nell’agenda politico economica di diversi ministeri. Oggi sembra invece che si voglia affossare l’agenzia spaziale, o snaturarne del tutto il ruolo, per dare più importanza proprio alla cabina di regia, ma non si sa in che direzione strategica. Non si può quindi che attendere, e vedere cosa succede. A parte la sacrosanta indignazione per il trattamento subito dal Prof. Battiston, sappiamo bene che la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni, e che a volte dal letame nascono i fiori. Staremo a vedere.

Intervista pubblicata anche su Meteoweb (http://www.meteoweb.eu/2018/11/space-renaissance-intervista-ad-adriano-autino-tra-space-economy-space-policy-e-il-caso-battiston/)

Posted by ADRIANO AUTINO in Blog, News, Senza categoria
Genova e la cultura anti-progressista

Genova e la cultura anti-progressista

di Adriano V. Autino

La tragedia di Genova è sconvolgente, ed il fatto che fosse largamente prevedibile non la rende meno sconvolgente. Per me anche dal punto di vista personale, perché abito a Rapallo, non lontano dal ponte crollato, che ho percorso tante volte, anche nei giorni immediatamente precedenti il crollo. Ho permesso quindi alla rabbia di spingermi al commento politico, prima ancora che fosse terminata l’opera di soccorso, e che fosse completata la triste conta dei morti e dei feriti. È doveroso, e non deve mai essere dato per scontato, esprimere la mia totale compassione e solidarietà alle vittime, alle famiglie delle vittime, ed agli sfollati che chissà per quanto tempo non potranno rientrare nelle loro case. Ovviamente sono anche preoccupato per quanto riguarda la mia mobilità personale, visto che mi muovo spesso verso la pianura padana, per ragioni familiari e non. Ma non è questo l’oggetto di questa riflessione, che è invece di natura filosofica, indispensabile se si vogliono comprendere le cause profonde di quello che succede a livello politico e sociale. Le caricature che ci troviamo oggi al governo non sono infatti che effetti — e non cause — delle tendenze ideologiche che procedono da ben più lontano. E si potrebbe anche considerare che tali processi profondi appaiono in qualche misura indipendenti dalla volontà dei singoli, e che difficilmente si possono contrastare ad opera di alcuni benintenzionati volonterosi.

Che cosa scatenò, cinquantanni fa, il grande movimento del ’68? Non c’era internet, ma incubò per tutti gli anni ’60 una irrefrenabile pulsione di libertà, la sensazione che l’ordine sociale che si era instaurato nel dopoguerra fosse profondamente sbagliato, e che si dovesse prima di tutto sovvertirlo… poi si sarebbe pensato a rimpiazzarlo con un diverso modello sociale. E c’era una irragionevole e folle percezione che tale modello sociale alternativo fosse lì, a portata di mano, e che fosse sufficiente sbarazzarsi dell’odioso ancien regime, perché l’alternativa fosse libera di fiorire. Il ’68 fu quindi prima di tutto un grande movimento libertario, sul quale poi poterono innestarsi progetti sociali di matrice collettivista, non appena si cominciò a ragionare sulla necessità quantomeno di un periodo di transizione, per arrivare alla realizzazione dell’utopia anarco-libertaria. A lungo, infatti, rimase nelle aspirazioni degli intellettuali più idealisti, l’obiettivo dell’autoestinzione di ogni struttura di governo, resa obsoleta dalla conquistata capacità di autogoverno da parte della società di liberi ed uguali, anche mediante gli strumenti telematici che la rivoluzione elettronica già lasciava presagire.

Comincio da così lontano — guarda caso il periodo coincidente con l’inaugurazione dell’ormai tristemente noto ponte Morandi di Genova — perché se no non si capisce niente, di cosa è successo negli ultimi cinquant’anni in questo Paese. Quella forte aspirazione all’autogoverno è continuata. Contemporaneamente si è innestata nella base di sinistra, senza escludere nessuno dei partiti, partitini e gruppetti, un orientamento ambientalista ed ecologista, fino a rimpiazzare quasi completamente l’attenzione ai diritti ed alle aspirazioni delle persone, e mantenendo però la pratica della critica come atteggiamento primario. Poteva l’ideologia marxista, largamente basata sull’odio di classe, evolvere in una ideologia umanista, quindi non più fomentatrice di odio e conflitti sterili? Difficile dirlo, e comunque questo non è avvenuto, se non per pochi singoli, che sino ad oggi trovano grande difficoltà ad unire i loro sforzi. Comunque questa critica diffusa, non più supportata da un progetto sociale alternativo, si è via via orientata su obiettivi più a portata di mano, da contestare per definizione, in quanto portati dell’odiato sistema capitalista. Le direzioni politiche si sono fiaccamente adeguate a questo movimento, meno faticoso ed impegnativo dal punto di vista del conflitto sociale, non contrapponendosi più in modo frontale alla proprietà privata dei mezzi di produzione, ma solo ai supposti effetti della stessa, e neppure più quelli (una volta) ritenuti principali, come lo sfruttamento, le morti sul lavoro, l’alienazione. Le direzioni politiche hanno voltato la testa dall’altra parte anche rispetto ad un altro corollario di questo trend ideologico: il fatto, che poco alla volta, la base sociale della sinistra abbandonava la fede progressista che aveva più o meno professato dal dopoguerra fino alla fine del secolo, convertendosi più o meno coscientemente al pensiero decrescitista sostenuto apertamente da Serge Latouche, e meno apertamente — anche solo per omissione di contrasto — da parte di tutte le cosiddette forze della sinistra.

Va da sé che, se in Italia fosse esistita una destra liberale e non fascista, capace di esprimere progettualità ed elementi di vera crescita sociale, quello che abbiamo visto recentemente — il crollo delle fatiscenti infrastrutture della sinistra, e qui parlo dei partiti, e non delle autostrade! — si sarebbe verificato già da qualche decennio. Ed invece non è nato niente del genere in Italia, segno che, se le classi lavoratrici hanno saputo esprimere soltanto correnti ideologiche di fatto anti-progresso, e quindi anti-umane, quanto rimane della classe borghese ha saputo esprimere solamente caricature, come Berlusconi prima, ed oggi Salvini.

La tendenza anarco-libertaria-ambientalista, quella che aspirava all’autogoverno ed ha garrulamente appoggiato tutti i movimenti NO di questi ultimi trent’anni, ha trovato invece nei 5 Stelle uno sbocco più o meno naturale, senza ovviamente curarsi del carattere cripto-nazista di Grillo e Casaleggio: si veda il famigerato video su Gaia, dove si inneggia ad Hitler ed all’auspicato olocausto di 6 o 7 miliardi di persone. Ovviamente le caricature sedicenti liberali cui accennavo prima, e quelle più apertamente fasciste al governo oggi, hanno lasciato la loro influenza nefasta nella cultura del Paese, aggiungendo la loro narrazione portatrice di egoismo e menefreghismo sociale, alle malattie culturali preesistenti. Esiste infatti un problema fondamentale, in Italia, che ha attraversato tutte le epoche, dal dopoguerra in poi: la scarsa qualità delle opere pubbliche, che riflette la combinazione della nostra grande creatività e genio ingegneristico con la nostra grande superficialità e disattenzione agli aspetti quantitativi e metodologici nella gestione dei progetti. La corruzione fa da disastroso legante di questo rovinoso mix antropologico: la qualità risultante è decisamente scarsa. Quindi, il problema reale, sempre cavalcato da tutte le parti politiche in fase elettorale, è che lo stato utilizza male il denaro pubblico, devolvendolo in larga parte a varie mafie e clientele. La ricetta prospettata dal centrodestra non è mai stata una seria impostazione repubblicana (=migliore gestione della res publica), ma bensì una spensierata opzione superficialmente libertaria: se lo stato non funziona, occorre diminuire lo stato. In realtà nei Paesi del nord Europa, dove il denaro pubblico viene speso bene, la gente paga volentieri le tasse, e non considera affatto lo stato una presenza oppressiva.

Alla resa dei conti, tutto l’odio cavalcato ed alimentato dalle destre verso la “casta” (di cui per altro fanno parte integrante), finisce per portare al governo non già opzioni libertarie, bensì tendenze fasciste, che ben si legano, al di là delle contrapposizioni televisive, con le tendenze decrescitiste. Le unisce una comune propensione anti-umana: per i decrescitisti gli umani sono un fastidioso parassita del pianeta, del paese, della città, del quartiere o del condominio. Per i fascisti, per i nazisti, per gli stalinisti, alcune categorie ritenute inferiori — immigrati, neri, omosessuali, ecc… — devono essere oppresse e maltrattate e, laddove la temperie politico-ideologica lo permetta, anche eliminate per far posto alle “razze” superiori. Queste due tendenze sono assurte al governo del Paese da pochi mesi, ma i loro mefitici miasmi ideologici operavano nella società già da tempo, informando l’azione di tutti i governi degli ultimi trent’anni almeno. La cura della cosa pubblica derisa e vilipesa, la ricerca scientifica mortificata, il fatalismo — non succede, intanto facciamo gli scongiuri e mettiamo a tacere i “gufi”. Un gran polverone dopo ogni disastro, grandi proclami su piani nazionali di messa in sicurezza: alluvioni, terremoti, crolli di viadotti e tunnel, disastri ferroviari, …

Quando i media smettono di produrre reportage, dibattiti, interviste, tutto si addormenta dinuovo,  in attesa del prossimo disastro. Le problematiche rimangono ad essere gestite, fuori dai riflettori mediatici, dalle prefetture, dagli enti, dalle società concessionarie, dai contenziosi legali, dalle contrapposizioni tra i proponenti dei progetti ed i comitati NO TAV, NO TAP, NO GRONDA, ecc… Vi sono tratti autostradali caratterizzati da molti tunnel (il sottoscritto ha lavorato per anni come fornitore di sistemi software di controllo e supervisione di tunnel autostradali), dove per decenni i sistemi di automazione tunnel hanno funzionato senza che nessuno si prendesse il rischio di firmare il collaudo…

La palude ideologica anti-progresso non può che alimentare la totale ignavia da parte di chi deve prendere decisioni. Costoro conoscono bene la condizione di estrema precarietà delle infrastrutture, molte delle quali ormai vicine al termine della vita operativa, e sono estremamente riluttanti a prendersi la responsabilità di decidere sul da farsi. Oggi a questo scenario si aggiunge l’atteggiamento giacobino dell’M5S al potere, che vuole  rifare la stima dei costi-benefici su qualsiasi progetto, e brandisce il furore rivoluzionario per eccitare il popolo votante. Ora, qualsiasi analisi costi-benefici non può prescindere da stime di previsione: il traffico aumenterà oppure no? Per i decrescitisti il traffico non aumenterà, anzi non deve aumentare. Quindi concepiscono qualsiasi progetto come un incentivo ad ulteriori sprechi, nella loro visione decadente ed implosiva della civiltà. Così come, per Salvini, salvare gli emigranti in mare significa incentivare l’immigrazione. Ancora peggio: costoro professano in modo del tutto strumentale l’applicazione di un metodo scientista, per dimostrare che non vale la pena di realizzare alcunchè, limitandosi a fiancheggiare il triste tramonto della nostra civiltà industriale.

Cosa può opporsi a tale dilagante cappa oppressiva e distruttiva? Esiste, nel nostro Paese, una borghesia illuminata e progressista, paragonabile ad Elon Musk e Jeff Bezos? Se sì, forse, si potrebbe lavorare per una nuova rivoluzione borghese, che spazzi via questi miasmi ideologici. Le grandi opere, il rinnovo delle infrastrutture, i grandi progetti — l’industrializzazione dello spazio geo-lunare oggi in primo piano — sono di grande ispirazione per i giovani, e motivano lo sviluppo di una cultura della qualità, del testing, dell’attenzione ai requisiti delle persone utenti, i veri stakeholder di qualsiasi infrastruttura. È chiaro che le grandi infrastrutture, come anche le piccole, sono funzionali allo sviluppo. Se non si lavora per lo sviluppo il declino è inevitabile, ed il crollo infratrutturale diventerà routine, che i media non riterranno neanche più interessante.

Tutte le risorse intellettuali realmente progressiste potrebbero unirsi in questa nuova impresa ideologica, senza bisogno di condividere il 100% dei concetti (liberali, repubblicani, socialisti, libertari, borghesi, proletari, …). Basta condividere l’intenzione di riprendere a lavorare seriamente per il progresso, correndo ovviamente anche i rischi connessi, ma consapevoli che la decrescita è un rischio enormemente maggiore. Sto proponendo un’alleanza che una volta si sarebbe detta interclassista? Assolutamente sì! Ma, del resto, le classi che conoscevamo hanno fallito nell’esprimere una leadership adeguata alle sfide che la civiltà si trova a fronteggiare. Adesso occorre cominciare a ragionare insieme tra forze che fino a qualche decennio fa si credevano nemiche, ma che di fronte alle sfide attuali scoprono di avere obiettivi comuni: la crescita, oltre le barriere naturali del nostro pianeta.
Articolo pubblicato anche su l’Avanti! online (http://www.avantionline.it/2018/08/scrive-adriano-autino-genova-e-la-cultura-antiprogressista/

Posted by ADRIANO AUTINO