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Spazio Cis-Lunare, una comunità di 1000 persone entro 30 anni

Spazio Cis-Lunare, una comunità di 1000 persone entro 30 anni

Intervista di Adriano Autino all’ing. Rino Russo (Center for Near Space)

“Lo spazio è stato ed è ancora la mia vita. Da quando ebbi la ventura e la fortuna di chiedere la tesi di laurea al prof. Luigi G. Napolitano mi trovai di fatto catapultato in uno dei tre team al mondo che studiava sperimentalmente e teoricamente i Moti alla Marangoni, particolare caso di convezione generata da gradienti di tensione superficiale”.

Lo afferma Rino Russo, Direttore Generale del Center For Near Space, dirigente per le tecnologie ed i sistemi spaziali del CIRA per più di vent’anni, cofondatore e presidente della Trans-Tech s.r.l., cofondatore e primo presidente di Space Renaissance Italia (chapter italiano di Space Renaissance International), Vice Presidente dell’Italian Institute for the Future e Direttore Generale del Center for Near Space, una lista lunghissima di pubblicazioni di carattere scientifico e tecnologico.

La sua è una vita dedicata allo spazio, o meglio all’espansione civile nello spazio…
Sì. Ricerca in laboratorio, rapporti con quella che sarebbe diventata l’ASI, e con l’ESA, la preparazione di esperimenti poi realizzati a bordo dello Spacelab, il training ai primi astronauti europei.  E poi per tanti anni al CIRA negli studi di sistemi ipersonici innovativi per il rientro atmosferico, inclusa la galleria al plasma Scirocco. E poi ancora lo stimolo del turismo spaziale e la nascita del progetto HYPLANE, per il quale dovetti combattere non poco per convincere diversi interlocutori, ed avere l’onore che l’Università Federico II ne condividesse lo sviluppo progettuale. Si, lo spazio resta un mio pallino, perché sono certo che quell’etichetta definita circa 35 anni fa da Napolitano – Quarto Ambiente – diventerà effettiva in tempi ragionevolmente brevi.

Sei anni fa eravamo convinti che il turismo spaziale avrebbe aperto la frontiera alta, in quanto unica linea di sviluppo industriale capace di crescere sul proprio mercato in crescita, passando senza soluzione di continuità dalla quota suborbitale all’orbita, dai voli balistici di puro entertainment ai voli di linea ipersonici. Sull’onda di quel sogno era nato, in partnership tra Space Renaissance Italia e la Federico II di Napoli, il progetto HyPlane. Oggi quella prospettiva sembra subire perlomeno una battuta d’arresto, dovuta alle difficoltà finanziarie delle aziende impegnate in questa sfida, ed anche alla inadeguatezza dei sistemi legali, quando si tratta di trasportare passeggeri civili nello spazio. Tuttavia continuano a svilupparsi spazioporti, ed almeno uno dovrebbe essere fatto in Italia. Ed il progetto Hyplane continua a suscitare interesse da parte di potenziali investitori…

Perché un’evoluzione del genere menzionato si avveri sono necessari due fattori primari: (1) allargare la platea di chi ci crede in modo da poter contare su adeguati finanziamenti, siano essi pubblici o privati, (2) avere la fortuna che non accadano incidenti rilevanti. Per quanto riguarda il primo punto, è evidente che con Hyplane, ad esempio, non siamo ancora riusciti nell’intento, anche se non può essere taciuta la rilevanza del background che nella fase storica di crisi economica degli ultimi anni ha bloccato quasi tutto. L’incidente del 31 ottobre 2014, in cui fu distrutto la SpaceShipTwo di Virgin Galactic con la morte di uno dei piloti collaudatori e il ferimento del secondo, ha sospeso il processo di attivazione del turismo spaziale suborbitale su base commerciale. Dopo l’indagine della Federal Aviation Authority e dopo la realizzazione di un nuovo velivolo, Virgin Galactic sta muovendosi verso la certificazione del sistema prima di poter avviare la fase commerciale. Insomma, lo slittamento di un programma è parte della vita e talvolta diventa un vero e proprio stop. Come fu quando, il 28 gennaio 1986, lo shuttle Challanger con a bordo la prima insegnante di scuola superiore Christa McAuliffe esplose in fase di lancio; era il tempo in cui sembrava potersi presto realizzare l’industrializzazione delle spazio con industrie pronte a finanziare la costruzione di unità produttive in orbita, ma fu il momento della morte definitiva di quell’idea tanto che ancora oggi non si riprende quel concetto se non in termini prospettici (Luna, asteroidi, ecc.).

In sintesi, voglio dire che di battute d’arresto dobbiamo aspettarcene diverse e per vari motivi. E dobbiamo anche mettere in conto la probabilità di perdita di vite umane, come sempre è quando si tenta di oltrepassare un limite.

Negli States si parla di accesso allo spazio e suo sfruttamento da un ventennio quasi ormai. E di spazioporti si parla anche in termini molto concreti in diverse regioni del nostro pianeta. Finalmente, e con la consueta “timidezza” anche l’Europa comincia a parlarne: Svezia, UK, Spagna, ed anche l’Italia. C’è un certo interesse emergente sul volo suborbitale, anche se di tipo sperimentale, che sta stimolando i pensieri su uno spazioporto; bella etichetta che definisce un aeroporto “speciale” che serve giusto per separare il campo da quello dell’aviazione civile. Gira tra gli addetti ai lavori l’idea di usare lo spazio aereo tra la Campania e la Sardegna, per esempio tra gli aeroporti di Grazzanise e Decimomannu, per voli suborbitali sperimentali con velivoli come Hyplane.

Chi ha saputo mettere fine alla situazione di relativo stallo durata 40 anni, dopo lo sbarco americano sulla Luna, è stato Elon Musk con i suoi lanciatori completamente riutilizzabili. Dopo decenni passati a struggersi per una tecnologia Single Stage To Orbit (SSTO), non ancora alla portata, vista come l’evento risolutore, che avrebbe potuto finalmente abbattere il costo del trasporto terra orbita, Musk ha tirato fuori il classico uovo di Colombo: non siamo ancora capaci di fare un SSTO? Molto bene, allora riportiamo a terra il primo stadio dei sistemi di lancio. Voilà, monopolio infranto, i prezzi dei lanci diminuiti di almeno un ordine di grandezza: il costo al kg, quando i riutilizzabili saranno a regime, si prevede inferiore ai $2.000. Adesso sorge una domanda: di questa epocale innovazione tecnologica, unita all’avvento dell’additive manufacturing, potrà giovarsi anche l’impresa del trasporto passeggeri civili nello spazio? Oppure la parte del leone la faranno ancora una volta i satellitari?

Beh, non è proprio così. La vera guerra è stata ed è tra chi non vuole cambiare la strada vecchia dei lanciatori spendibili con quella nuova, e coloro più abituati a buttare il cuore oltre l’ostacolo. Lo Space Shuttle è stato il primo lanciatore parzialmente riutilizzabile. Sfortunatamente, non ha dimostrato di indurre minori costi o equivalentemente ridurre il costo/kg di accesso all’orbita. E questo dà forza ai sostenitori della bontà del concetto spendibile. In realtà, di studi e progetti TSTO ce ne sono stati e ce ne sono molti e da tanto tempo; anzi sono in numero ben superiori a quelli SSTO come il vecchio X-30 della NASA noto come NASP, National Aero Space Plane o l’altrettanto vecchio HOTTOL inglese. Forse il TSTO più famoso almeno in Europa è il tedesco Sangaer. Quello che ha fatto Elon Musk, è stato pensare ad un modo più semplice e non aerodinamico di recuperare il primo stadio; ed ha, grazie al carattere privatistico dell’impresa, assorbito gli insuccessi inevitabili senza farsi abbattere da commissioni indipendenti alla ricerca di colpevolezze. Con questo suo approccio ha ridotto il costo di lancio dagli storici 20.000 $/kg a circa 8.000 $/kg; peraltro anche alcuni lanciatori spendibili costano più o meno la stessa cifra perché fatti in paesi in cui la mano d’opera costa molto di meno che nel mondo occidentale. Per quanto riguarda la riduzione del costo del trasporto passeggeri civili nello spazio, dobbiamo essere chiari e netti: la riduzione radicale (forse addirittura ad 1/100 dei costi attuali) ci sarà quando il numero di lanci/anno sarà moltiplicato per 10 o 100 o di più. Se dopo due secoli di vita dell’autovettura stessimo ancora oggi usando 1 o 2 auto tra tutta la popolazione mondiale, certamente costerebbe un occhio della testa, e forse entrambi!

Oggi sembrano promettenti alcune prime attività industriali orbitali, quali l’assemblaggio di satelliti in orbita, il recupero e riuso di detriti spaziali, attività estrattive lunari ed asteroidee. Ma anche in questo caso, i sostenitori dell’espansione umana devono fare i conti con i sostenitori della robotizzazione totale… Si tratta di una discussione puramente filosofica, oppure vi sono attività, magari le più promettenti, che abbisognano di operatori umani in orbita, oppure che sono molto più convenienti se svolte da operatori umani?

Questa discussione è ampia e non solo in ambito spaziale. È ampiamente riconosciuto che ci sono attività nella vita di un individuo o una comunità che possono essere del tutto robotizzate senza nemmeno la supervisione dell’uomo, salvo ovviamente la manutenzione. Il robot che scopa in casa può farlo in modo del tutto autonomo. Significa questo che c’è da aspettarsi che in un futuro i robot faranno tutto loro? Onestamente non lo so. Certo, man mano che sviluppiamo robot più performanti ed autonomi, il bilanciamento del lavoro tra uomo e robot potrebbe cambiare, anzi cambierà di certo. Ma non credo affatto che l’uomo si limiterà sempre di più a stare steso al sole o cose simili. Per me questa è una discussione di opportunità, che mischia le possibilità con i rischi senza tenere questi due elementi separati ed ognuno al suo posto. Tendo a credere che l’uomo avrà sempre la sua parte, e lascio volentieri a scrittori e registi immaginare scenari in cui i robot comanderanno gli uomini.

Secondo te è maturo il tempo, nel nostro Paese, per la nascita di un settore industriale orientato allo spazio civile? Si vede all’orizzonte qualche Elon Musk o Jeff Bezos italiani? E cosa possiamo fare noi, associazioni come Space Renaissance, Center for Near Space, per stimolarne la nascita?

Il discorso è molto complesso ma provo a sintetizzarlo in due battute. L’Italia, e non solo l’Italia, si trova da molti lustri in un epoca di contrazione culturale che si rende forse più evidente attraverso governi sempre più tecnici e meno strategici, attraverso la totale incapacità di identificare priorità oggettive e mantenerle nell’implementazione dei piano, attraverso le giovani generazioni che sono sempre più disattente al futuro che poi è il loro. Al di là del fatto che in Italia non mi pare ci siano tanti ricconi come Elon Musk, non c’è ancora qualcuno che voglia o possa sfidare tutto e tutti su un argomento. Quello che penso si debba fare, e forse è l’unica cosa possibile in questa fase, è far comprendere sempre di più e sempre a più persone comuni che lo spazio non è affatto l’avventura bellissima di qualche super eroe, bensì una nuova opportunità per tutti.

Il tuo team, Center for Near Space, sta per annunciare un progetto bellissimo “Orbitecture”… di che si tratta?

Esattamente per illustrare alle giovani generazioni il concetto appena enunciato, abbiamo costituito diversi team di studio su diverse idee e progetti. Progetti avveniristici, ma sempre collegati in qualche modo all’attuale mondo ingegneristico, ovvero “fattibili” nell’ambito di una prospettiva di almeno 30 anni. Il CNS crede che, a 100 anni circa dallo Sputnik e dal Primo Passo dell’Uomo fuori dalla Terra, esisterà una comunità variegata di circa 1000 persone stabilmente occupante lo spazio cis-lunare: stazioni in LEO (Low Earth Orbit), in LMO (Low Moon Orbit), in qualche punto lagrangiano, sulla luna, con puntate occasionali e scientifiche verso Marte e gli asteroidi. Questa “città cis-lunare” sarà conseguentemente caratterizzata da un traffico di circa 10.000 o forse 100.000 passaggi/anno da un nodo all’altro. Ebbene, in questo quadro, abbiamo selezionato un ipotetico nodo di interscambio che abbiamo chiamato SpaceHub; un sistema con 100 persone a bordo per condurre attività come ricerca, gestione della stazione, gestione degli arrivi (attracco) e delle partenze verso la Terra o altri nodi o per l’esplorazione verso Marte, e non ultimo per puro turismo. In tale contesto abbiamo rilevato il carattere del tutto non confortevole dell’attuale ISS ed abbiamo perciò identificato criteri progettuali più adeguati ed anche più coerenti con l’architettura naturale del sistema solare. Abbiamo valutato la realizzabilità, la sequenza di costruzione ed i tempi associati, nonché i sistemi di supporto alla vita che non possono che essere il più possibili autonomi ovvero autorigenerativi.

È stato un divertimento parlare con specialisti di diverse estrazioni, confrontarsi su base culturale e fare un viaggio insieme che speriamo di continuare dopo la presentazione ufficiale che faremo il 6 luglio nello splendido scenario del Planetario di Città della Scienza di Napoli. Siete tutti invitati.

Vedi questo articolo anche su l’Avanti! online. (http://www.avantionline.it/una-comunita-di-1000-persone-in-area-cislunare-entro-30-anni/)

Posted by ADRIANO AUTINO in Blog, News, Press, Stampa
D-ORBIT ha lanciato in orbita il primo satellite spazzino

D-ORBIT ha lanciato in orbita il primo satellite spazzino

di Daniele Leoni

D-ORBIT ha lanciato D-Sat, un satellite con la capacità di rimuovere sé stesso dall’orbita, in maniera diretta e controllata, alla fine della missione grazie ad un dispositivo propulsivo integrato. Questa caratteristica innovativa è il fondamento di una nuova generazione di satelliti capaci di limitare la loro presenza in orbita a quanto necessario per completare la loro missione, in modo da prevenire l’accumulo di detriti spaziali. Il lancio è avvenuto questa mattina, venerdì 23 giugno, alle 5:59, dal cosmodromo Indiano Satish Dhawan Space Centre.  Lo ha annunciato Stefano Antonetti, Responsabile Commerciale della D-ORBIT, una società italiana che ha la sua sede operativa a Fino Mornasco in provincia di Como, e altre sedi, di cui una in Portogallo e una negli USA.

Proprio ora, mentre sto scrivendo, ricevo il messaggio tramite Skype da Stefano, dell’aggancio del segnale dal satellite già in orbita: “[11.00.54] Stefano  Antonetti: abbiamo agganciato il segnale [11.01.24] DANIELE LEONI: (champagne) [11.01.59] Stefano  Antonetti: appena adesso, al primo colpo. Scaricato telemetria . Ora ti mando un po’ di foto”.

E’ un lancio strategico nella storia del volo spaziale, dalla fase pionieristica verso la maturità.

Un lancio fatto giusto due giorni dopo il discorso del  famoso cosmologo inglese  Stephen Hawking: “se l’umanità non inizierà subito a lavorare per una prospettiva di colonizzazione dello spazio, sarà destinati a perire entro la fine del millennio!” Ha parlato a Trondheim, in Norvegia, al Starmus Festival 2017, nel crepuscolo del solstizio d’estate. Poi ha esposto le sue idee sull’esplorazione del cosmo profondo alla ricerca di nuovi mondi adatti a noi.

Così, una volta tanto, noi italiani ci distinguiamo per il pragmatismo che, in questo caso, significa incominciare ad eliminare i detriti lasciati in orbita e, soprattutto, non produrne di nuovi.

“D-Sat è una pietra miliare nel modo in cui gestiamo il problema dei detriti spaziali. Crediamo che tutto ciò che va in orbita debba essere rimosso non appena ha svolto il suo compito, e vogliamo fornire una soluzione pratica e conveniente per trasformare questa visione in realtà.” Continua Stefano Antonetti

“I detriti spaziali sono un insieme di oggetti di origine umana in orbita terrestre, come satelliti non funzionanti, razzi vettori, e altri oggetti rilasciati durante una missione spaziale. Secondo la NASA ci sono centinaia di migliaia di detriti di dimensione compresa tra 1 cm e 10 cm, e questo numero è destinato a crescere se si continua ad abbandonare satelliti non funzionanti in orbita. In una realtà che dipende sempre di più da tecnologie satellitari per applicazioni come l’osservazione remota del pianeta, le previsioni meteorologiche, la navigazione satellitare, la gestione di emergenze, l’agricoltura di precisione, e le auto senza pilota, è importante individuare soluzioni per ridurre la quantità di detriti spaziali in modo da ridurre il rischio di collisioni che potrebbero distruggere satelliti, compromettere servizi, e produrre ulteriori detriti.

D-Sat, costruito e operato da D-Orbit, è la prima dimostrazione orbitale di D-Orbit Decommissioning Device (D3), un sistema propulsivo intelligente progettato per rimuovere un satellite dall’orbita con una manovra diretta e controllata alla fine della missione, o in caso di malfunzionamento. Il sistema integrato all’interno di D-Sat può essere adattato a satelliti di ogni dimensione. Il nostro sogno è di installare un sistema di questo tipo in ogni nuovo satellite entro il 2025.”

D-Sat include tre esperimenti:  SatAlert, Debris Collision Alerting System (DeCas), e Atmosphere Analyzer. SatAlert serve a convalidare un tipico scenario di emergenza in cui agenzie di difesa civile devono comunicare istruzioni in aree colpite da disastri naturali che hanno compromesso le infrastrutture di telecomunicazione terrestri.  DeCas misura le dinamiche di distribuzione dei detriti associati con il rientro di un satellite, mettendo alla prova una modalità di distribuzione di questo tipo di informazione in tempo reale ad aerei in transito nella zona sottostante al rientro.

Atmosphere Analyzer è un esperimento che ha l’obiettivo di collezionare dati atmosferici nella bassa ionosfera, una regione compresa tra gli 80 km e 150 km poco studiata perché inaccessibile tanto da satelliti quanto da palloni stratosferici.”

Siccome, dovunque vogliamo andare nello spazio, dobbiamo passare dall’orbita terrestre, sarà meglio incominciare a fare pulizia.  “E dove potremo andare?” si chiede Stephen Hawking.  “La luna è vicina ma non ha atmosfera, è bruciata dal sole nelle 354 ore di giorno e gelata dalla notte siderale nelle 354 ore di buio. Ha un gravità troppo bassa per mantenere il calcio del nostro scheletro e non ha magnetosfera, col conseguente bombardamento di radiazioni nocive dal sole e dal cosmo profondo. Marte è più lontano anche se le condizioni nella sua superficie sono meno proibitive. Sappiamo che attorno a Proxima Centauri, la stella più vicina al nostro sole, c’è un pianeta che potrebbe assomigliare alla Terra ma per arrivarci, con la propulsione attuale, ci vorrebbero 3 milioni di anni.”

Allora bisogna attrezzarsi, incominciare col costruire qualche cosa di più concreto della attuale Stazione Spaziale ISS, che consenta a squadre di astronauti e di robot di costruire “un nodo di interscambio che abbiamo chiamato SpaceHub” come dice l’Ing. Rino Russo (https://www.avantionline.it/2017/06/una-comunita-di-1000-persone-in-area-cislunare-entro-30-anni); ”un sistema con 100 persone a bordo per condurre attività come ricerca, gestione della stazione, gestione degli arrivi (attracco) e delle partenze verso la Terra o altri nodi o per l’esplorazione verso Marte, e non ultimo per puro turismo.”

Sostanzialmente, in attesa di trovare un nuovo mondo, dobbiamo costruire in orbita bassa, ancora protetti dalla magnetosfera terrestre, un habitat dove vivere e lavorare. Dove fare ricerca e sviluppare una ingegneria adatta ad un ambiente che non è poi così totalmente ostile.  Assenza di atmosfera vuol dire assenza di vento, di intemperie, di corrosione, di ruggine;  assenza di peso vuol dire anche poter costruire strutture molto leggere, come immense superfici fotovoltaiche sottilissime, in grado di erogare Mega Watt di elettricità. Ma prima di tutto dobbiamo eliminare i rottami in orbita e non produrne di nuovi.

La società D-Orbit è fiero membro di Space Renaissance Italia, un’organizzazione culturale astronautico – umanistica nazionale, chapter italiano di Space Renaissance International (SRI), dedicata ad ampliare la consapevolezza che l’espansione umana nello spazio è fondamentale per la sostenibilità della civiltà attuale, della sua indispensabile crescita, e per la sopravvivenza della vita stessa. Preservare lo spazio attorno alla nostra Terra fruibile e sfruttabile da una societá umana proiettata oltre i confini della nostra atmosfera è una visione che accomuna strettamente D-Orbit e Space Renaissance.

Vedi questo articolo anche su l’Avanti! online (http://www.avantionline.it/d-orbit-ha-lanciato-in-orbita-il-primo-satellite-spazzino/)

Vedi anche: Sette milioni e mezzo di chili d’oro in orbita

Descrizione della foto

Lo staff di D-Orbit che ha curato il lancio del datellite D-Sat.

In alto da sinistra: Luca Rossettini (AD e fondatore), Renato Panesi (fondatore), Lorenzo Ferrario, Francesco Palumbo, Marco Bevilacqua, Angelo Dainotto, Caterina Cazzola, Monica Valli, Fabio del Principe, Giorgia Nardiello, Andrea Ferrante, Giuseppe Mele, Stefano Antonetti

In basso da sinistra: Marco Cazzaniga, Marco Marani, Simone Brilli, Lorenzo Vallini, Andrea Marcovati, Alessio Fanfani (PM di D-SAT), Aldo Cappelluti, Pietro Guerrieri.

Posted by ADRIANO AUTINO in Blog, News, Press, Stampa
Sette milioni e mezzo  di chili d’oro in orbita

Sette milioni e mezzo di chili d’oro in orbita

A partire dal 1957, si stima che siano stati effettuati 132 lanci orbitali all’anno, il che ci porta ad un totale di circa ottomila lanci. I satelliti censiti da UNOOSA ad agosto 2016 erano 4256, di cui solo 1419 (33%) operativi. Circa 18mila sono i rottami orbitali sufficientemente grandi (più di 10 cm.) da essere tracciati. Circa il 64% degli oggetti tracciabili sono frammenti risultanti da eventi distruttivi, quali esplosioni o collisioni. Esiste inoltre una popolazione molto più grande di detriti impossibili da monitorare in modo operativo. Nello spazio compreso tra l’orbita bassa (LEO, 300 km) e quella geostazionaria (GEO, 36mila km) viaggiano — a velocità orbitale — un numero stimato di 700.000 oggetti di dimensioni superiori a 1 cm e 170 milioni di oggetti di dimensioni superiori a 1 mm. Il che significa che la regione dello spazio vicina alla Terra si fa sempre più pericolosa, ma non è soltanto né soprattutto questo l’aspetto di cui voglio parlare oggi. Chi mi conosce per i miei interventi di carattere prevalentemente filosofico potrà essere sorpreso per questo articolo, che raggruppa una serie di considerazioni economiche e sociali. Voglio infatti dimostrare la convenienza — oggi, e non in un lontano futuro — di investire in attività industriali orbitali condotte da tecnici umani, rispetto ad operazioni completamente robotizzate. Di più, con buona pace di tutti quanti continuano ad avversare e temere l’espansione civile nello spazio esterno, basta analizzare minimamente l’ambiente di cui stiamo parlando, per capire che le attività più promettenti sono semplicemente non fattibili senza la presenza di operatori umani. Si tratta di una visione presentista, più che futurista: Space Renaissance (https://spacerenaissance.space/, http://spacerenaissance.it/), l’associazione internazionale che mi onoro di presiedere, promuove l’espansione civile nello spazio, per stimolare investimenti, rilanciare l’economia e sviluppare milioni di nuovi posti di lavoro oggi, e non in un lontano futuro…
i rottami spaziali: quando uno sfasciacarrozze orbitale?
Dunque partiamo dai rottami, o rifiuti spaziali, vale a dire oggetti che, secondo un’opinione molto comune, non hanno più alcun scopo utile. Ma è proprio vero? Facciamo due conti.
Il peso totale dei rottami spaziali ammonta a circa 7.500 tonnellate, cioè 7.5 milioni di chilogrammi. Il costo del trasporto terra-orbita si è mantenuto costante, negli ultimi 50 anni, intorno ai 20mila dollari al chilo, mantenuto alto anche da un vero e proprio cartello, costituito dalle grandi case costruttrici di razzi spendibili, raggruppate negli Stati Uniti nella ULA (United Launch Alliance). La storia recente vede la Cina e l’India posizionarsi con un prezzo dei payload tra i 10 ed i 25mila dollari al chilo. Ma è soltanto con l’avvento dei lanciatori riutilizzabili di Space X, che il monopolio dei razzi spendibili è stato infranto, innescando un processo rinascimentale di cui abbiamo visto sinora solo i primi passi. Quanto è costato mettere in orbita 7,5 milioni di chili di artefatti terrestri? A 20mila dollari al chilo, circa 150 miliardi di dollari. Se a questi aggiungiamo i costi di progettazione, costruzione e gestione, non è difficili arrivare ad un costo totale vicino al trilione di dollari. Considerando l’attuale prezzo dell’oro intorno ai 41mila dollari al chilo, è come dire che sulle nostre teste orbita un patrimonio paragonabile a 7,5 milioni di chili d’oro, se vogliamo vederla dal punto di vista economico. Se, come me, volete vederla anche dal punto di vista etico ed evolutivo della nostra civiltà, è come se avessimo voluto rinchiuderci in una gabbia dorata, senza peraltro avere ancora provveduto a sviluppare sistemi capaci di rimediare a questo disastro.
Si può anche sorridere, sebbene di un riso amaro. Avete presente i rifiuti delle grandi città terrestri? La situazione non è molto diversa: i rifiuti costituiscono una tragedia ambientale solo per chi non ha ancora deciso di utilizzarli. Per chi si è dotato degli opportuni impianti di riciclaggio, i rifiuti invece valgono oro! Oltretutto per chi possiede gli impianti il guadagno è doppio, visto che non soltanto produce energia e materiali di vario utilizzo, ma viene anche pagato per ricevere i rifiuti da chi non è attrezzato per utilizzarli! Possiamo ben immaginare come chi ha investito nell’industria del riciclo abbia sulla faccia un odioso ma comprensibilissimo sorrisino di sufficienza, quando considera l’ancora consistente schiera di gonzi che pagano per smaltire … la propria ricchezza!
Vi siete fatti il quadro, guardando a terra? Bene, adesso guardate in alto. Ci si rende subito conto che, per quanto riguarda i cosiddetti rifiuti spaziali, tutto il mondo è gonzo, e non sono ancora nate imprese capaci di investire negli impianti necessari alla raccolta, processamento e riuso di questa immensa ricchezza orbitale. Mettendo in orbita opportune officine modulari — l’esperienza fatta con la International Space Station è fondamentale — si potrà cominciare a catturare i rottami, separare i metalli dalla plastica, macinare i diversi componenti e ricavarne polveri, la materia “prima” per la stampa 3D. Cosa stiamo aspettando? Sono certo che il nostro Paese potrebbe essere all’avanguardia, su questo fronte, e potrebbe battere in volata altri che ancora non si stanno muovendo… forse perchè meno dotati della nostra sensibilità umanista, ed attenzione per le persone?
Il settore new space muove i primi passi anche nel nostro paese, ad esempio la D-ORBIT è una piccola azienda del comasco, che sviluppa un sistema per il de-commissioning dei satelliti al termine del ciclo di vita: un primo passo, finalizzato per intanto a non produrre nuovi rifiuti. Ma tutti i viaggi cominciano con un primo passo. Ed il fatto che in Italia ci sia chi ragiona ed opera a questo livello è molto confortante.
Decommissionare i nuovi satelliti per mezzo di appositi sottosistemi di bordo, mandandoli a bruciare al rientro in atmosfera, è una necessaria misura precauzionale, volta a limitare la produzione di nuovi rifiuti. Catturare rottami esistenti, e gettarli parimenti nell’ “inceneritore” del rientro in atmosfera risolverebbe il problema della bonifica orbitale. Il paragone con l’inceneritore ovviamente regge solo in parte, visto che dagli incineritori terrestri escono prodotti utili, mentre il rientro in atmosfera si limita a volatilizzare i rottami. Comunque, nel medio e lungo termine, si tratta di investimenti “a perdere”, nel senso che non puntano ad utilizzare la ricchezza costituita dai rottami spaziali, ma aggiungono semmai costi alla comunità terrestre. Economicamente parlando la distruzione dei rifiuti, tanto a terra come nello spazio, equivale a distruggere un grande valore. Senza contare che, comunque, per catturare rottami orbitali, già avremo bisogno di macchine capaci di manovre interorbitali, pilotate ed operate da operatori umani. Quindi tanto vale affrontare da subito un programma più ambizioso, e sviluppare contestualmente sia la raccolta sia gli impianti di processo e riutilizzo.
È chiaro che, con tale ampiezza di visione, stiamo includendo un numero ben maggiore di stakeholder: la sicurezza dei voli orbitali, e qualsiasi missione o trasporto merci o passeggeri deve passare per l’orbita terrestre, quale che siano la sua motivazione e destinazione, esplorazione o turismo, orbita bassa o le lune di Giove, ricerca o insediamento industriale, ecc…; ritorno di investimento a breve/medio termine; sviluppo industriale ed economico globale; benefici sociali, occupazione, sviluppo di nuovi mercati.
Officine, stazioni di servizio e fabbriche orbitali
E qui arriviamo alla seconda grande e promettente sfida presentista. Il recupero e riciclo dei rottami spaziali si connette fluidamente, senza soluzione di continuità, con un’altra grande attività industriale. Le nostre officine orbitali, già messe in cantiere con l’obiettivo di raccogliere e processare i rottami spaziali, si arricchiscono, e si differenziano, grazie ad un’altra funzione: l’assemblaggio di satelliti in orbita. Supportata da adeguati meccanismi robotizzati, la nostra officina si avvia a diventare una fabbrica di satelliti orbitale. Vi piace l’utilizzo di termini un po’ retrò, come “fabbrica”? Pur essendo fortemente proiettati all’innovazione rinascimentale, siamo anche estremamente coscienti di quanto dobbiamo ai nostri padri e nonni… che hanno dato il loro sudore e spesso anche la vita, edificando la civiltà industriale 1.0. E ci piace continuare ad usare certi termini, come un dovuto omaggio a quella civiltà che loro avevano costruito con speranza… all’alba del rinascimento della civiltà industriale 2.0, sperando e lottando perchè questa segni la fine della lunga recessione pre-era-spaziale.
Dunque, per gli investitori, l’assemblaggio di satelliti in orbita, ad opera di tecnici umani, porterà alla sostanziale riduzione almeno delle seguenti voci di spesa. In primo luogo occorre avere presente che ogni satellite assemblato a terra necessita di costosi automatismi per il dispiegamento di pannelli fotovoltaici ed antenne di comunicazione. Tali meccanismi automatici risultano inoltre molto costosi, perchè devono essere sufficientemente robusti da sopportare le grandi vibrazioni ed accelerazioni del lancio. Di tali meccanismi si potrebbe fare completamente a meno, se l’assemblaggio del satellite avvenisse in orbita, diminuendo anche il peso di quanto deve essere spedito in orbita. In secondo luogo, si consideri che, con la sola eccezione dei telescopi orbitali, qualsiasi manutenzione a satelliti risulta nel paradigma attuale troppo costosa, quindi impraticabile. Quindi la componentistica è molto costosa, perchè resistente alle radiazioni cosmiche, e rispondente ai requisiti di fault tolerance e fault avoidance più restrittivi. Le nostre officine orbitali potrebbero occuparsi sia della collocazione a destinazione dei satelliti, sia della loro manutenzione periodica ed eventuale riparazione, il che consentirebbe l’utilizzo di componentistica commerciale a costo molto minore. Ed, infine, le officine orbitali potrebbero provvedere al de-commissionamento a fine del ciclo di vita, quindi si risparmierebbero anche i sistemi automatici di decommissioning, almeno per le macchine di dimensioni maggiori. I sottosistemi di decommissioning dei satelliti più piccoli potrebbero essere programmati per rientrare alla più vicina stazione di raccolta, una volta a fine vita, anzichè per il rientro in atmosfera. Va da sé che la manutenzione periodica dei satelliti ne allungherebbe la vita, con conseguente ulteriore diminuzione dei costi complessivi e parallelo aumento della redditività.
Riassumendo: ogni automatismo che possiamo evitare di aggiungere a bordo satellite ne riduce i costi di progettazione, componentistica, sviluppo, testing, integrazione, lancio. Ma non è finita qui: avevamo parlato infatti di riciclo. E qui si chiude un primo cerchio: con i materiali in uscita dagli impianti di processo dei rottami alimentiamo le fabbriche orbitali, che possono produrre parti di satelliti in orbita per mezzo di stampa 3d, abbattendo ulteriormente i costi di sviluppo e lancio da terra! Ecco che la frontiera comincia a produrre in proprio, e quindi a dare inizio ad una vera e propria eso-economia, seppure ancora legata alla Terra da un robusto cordone ombelicale…
Dunque, abbiamo fin qui parlato solamente di due ricchissimi filoni industriali orbitali, il riciclo di rottami spaziali e l’assemblaggio di satelliti in orbita. Ma il più è cominciare! Una miriade di mestieri nasceranno intorno ed a supporto delle attività civili industriali nello spazio. Si pensi solo alla vastissima costellazione di lavori che sono nati in seguito allo sviluppo della rete di comunicazione mondiale ed allo sviluppo delle filiere energetiche rinnovabili… Paura dell’intelligenza artificiale? Non ha senso! Il mondo è talmente vario, e l’ambiente dello spazio esterno ancora di più, che non possiamo fare a meno dell’intelligenza, della creatività e della flessibilità degli umani — posto che farne a meno fosse conveniente, ed abbiamo visto che non lo è. Soprattutto non potremo mai chiedere ad una macchina, a parte accorgersi di un pericolo per il quale non era stata programmata, di avere intuizioni sulle potenzialità che diventano evidenti, in modi perlopiù imperscrutabili, alla mente umana, spesso riemergendo da una giornata di depressione e pessimismo… oppure davanti ad uno spettacolare sorgere dalle Terra azzurra dall’orizzonte lunare…
Dunque citiamo qui un po’ alla rinfusa, ma ci torneremo con maggior dettaglio, una serie di attività industriali tutte fattibili in un orizzonte di una ventina d’anni, grazie alle nuove tecnologie abilitanti, quali i sistemi di lancio riutilizzabili, e l’additive manufacturing: grandi impianti orbitali di raccolta di energia solare, stazioni di rifornimento per trasporti geo-lunari ed interplanetari, impianti di processo di materie prime lunari ed asteroidee, hotel orbitali, lunari e cislunari, cantieri orbitali per l’assemblaggio di navi spaziali a varia destinazione, ospedali a bassa e zero gravità, attività minerarie estrattive lunari ed asteroidee, villaggi orbitali rotanti, infrastrutture lunari di ricerca, esplorazione, industriali.
Tutto questo apre un altro capitolo, che occorre urgentemente affrontare: il diritto spaziale, fermo al Trattato sull’Uso Pacifico dello Spazio Esterno, di cui ricorre quest’anno il 50mo anniversario. Anche di questo parleremo presto.
Ad Astra!
Adriano Autino
Ringrazio Stefano Antonetti, marketing manager di D ORBIT, per i suoi commenti sul tema rottami spaziali
Leggete questo articolo anche su l’Avanti! online. (http://www.avantionline.it/sette-milioni-e-mezzo-di-chili-doro-in-orbita/)
Adriano Autino è autore dei seguenti libri:
“Un mondo più grande è possibile. L’espansione della civiltà oltre i limiti del nostro pianeta madre è la questione morale del nostro tempo”
“La terra non è malata: è incinta!”
Arduino Sacco 2008
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